Che si sappia
Il cestino della bicicletta NON è un cestino pubblico dei rifiuti >.<
Volantini, mozziconi di sigaretta, fazzoletti (usati e non) e oggi pure una bottiglia di Moretti, vuota peraltro.
Prima o poi ci troverò dentro una cucciolata di gatti, o un bambino.
Leggere o guardare
Due nuovi libri vanno ad aggiungersi al centinaio abbondante di tomi che custodisco presso di me.
Sarebbero stati come minimo tre, dato che l’aver scovato a metà prezzo un libro ambìto da tempo presagiva l’ovvio acquisto dello stesso, ma all’ultimo momento ho deciso di rinunciarvi, poiché si tratta di un’opera corposa, ma essenzialmente fatta di sole immagini, con poche frasi a commento sparse qua e là, a volte ridotte ad una sola parola.
È stata una decisione basata su un principio che ho applicato varie volte in casi simili, nel passato, ma solamente oggi ho preso coscienza di tale ragionamento finora sotteso e non ho potuto fare a meno di chiedermi: un libro di sole figure (o quasi) vale meno di uno “normalmente” scritto?
Il libro in questione è, a tutti gli effetti, un’opera letteraria, ma completamente illustrata; l’esempio moderno più immediato che mi viene in mente è quello di alcuni fumetti d’autore, nei quali ogni vignetta si racconta da sola, spesso senza l’ausilio dei baloon, ed è come un piccolo quadro, finanche nella resa grafica attraverso tecniche (pseudo)pittoriche.
Da cosa nasce il mio scrupolo nell’acquistarlo?
Il quale, peraltro, si affaccia anche quando ho che fare con pubblicazioni di arte, di qualunque tipo, ma che includano un gran numero di immagini.
Certo, questi oggetti hanno in media un prezzo maggiore rispetto agli altri libri, e per me non c’è deterrente migliore per convincermi al non-acquisto, ma oggi non è stato questo il problema.
C’è differenza concettuale tra un libro di immagini ed uno di parole? “sono” la stessa cosa, posseggono gli stessi significati?
Posso pensare che il primo sia estremamente più decorativo del secondo: ha decisamente senso aprirlo in un qualsiasi punto e tenerlo esposto su di un leggìo, permettendo che un ospite possa essere attratto da ciò che vede e possa spingersi a sfogliarlo in libertà, esplorando il piacere della pura visione; non altrettanto avverrebbe con un qualsiasi altro libro, saggio o romanzo che sia: occorrerebbe la lettura di più pagine per iniziare la comprensione del suo contenuto, oltre che una maggiore attenzione, concentrazione, tempo, voglia, etc.
Dunque, nonostante le immagini - termine con il quale racchiudo insieme disegni, foto, schemi, quadri - sembrino trasmettere molte più informazioni rispetto alla singola parola, ed in una maniera del tutto più diretta e semplice (al contrario della lettura, la quale è un atto fisicamente impegnativo, intellettuale e fisiologico), appaiono meno necessarie, di grado inferiore, quasi inutili.
Come nel Medioevo, durante il quale le arti figurative (per l’appunto) eran mestieri da operaî, bassa manovalanza, un po’ come oggi per noi quello di imbianchino.
L’artista ed il barbiere erano allo stesso livello, ben lontano da quello del letterato.
E mi stupisco di seguire inconsciamente questa linea di pensiero, senza riuscire a capirne il motivo.
Non ho mai considerato il piacere nella vita come una manifestazione superflua, ed allo stesso tempo, per quanto riguarda la lettura, il mio piacere più grande consiste nell’imparare: tenendo conto che il guardare, il vedere, per me hanno un valore estremamente ricco, che unisce l’assimilazione dei contenuti alla stimolazione più viva e profonda del pensiero, va da sé che un libro con molte immagini rappresenti la mia ideale esperienza conoscitiva (in poltrona).
Eppure, oggi ho deciso di rimandarla, sebbene fosse abbordabile come raramente capit: ho pensato che può aspettare, che non è urgente.
Che è un lusso, insomma.
Ottobre
Wednesday October 01st 2008, 10:30 pm
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• Belle arti
Dal Ciclo dei Mesi, dipinto da Maestro Wenceslao di Boemia nei primissimi anni del ‘400, nella Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio, a Trento.
Come nel celebre Libro d’Ore, ogni mese dell’anno è illustrato nelle sue caratteristiche naturali e sociali più tipiche, accostando la vita dei nobili con quella dei ceti più bassi.
La decor-azione
Uno spirito sapiente, giorni fa, osserva, contemplando il retro di Palazzo Marino: «Si spendeva parecchio, nel passato, in decorazioni, eh?»
Eh sì. Ma perché?
Il mondo di oggi (diciamo quello contemporaneo, va’) è piuttosto sguarnito, in questo senso: dagli oggetti di uso quotidiano alle architetture, nella stragrande maggioranza dei casi non vi è più di quel che ci vuole (”sopra”, “intorno”, “a sostegno di”, e via dicendo).
Non è (solo) una questione di stile, ma semplicemente il risultato dei tempi che viviamo, dominati dal potere economico delle cose.
Che, beninteso, c’è sempre stato, ma la nascita dell’industria ha determinato un così radicale mutamento da essere il reale spartiacque tra l’antico ed il moderno: non le invenzioni scientifiche, bensì la loro applicazione nei processi di produzione sono responsabili dei nostri ritmi e delle nostre abitudini.
Ma allora, cos’ha determinato la generica e progressiva “scomparsa” della decor-azione? Non è forse un bisogno innato nell’uomo, un istinto, quello di costruire le cose e determinarle nel proprio mondo attraverso una serie di elementi che siano gradevoli all’occhio senza che questi ne intralcino la funzionalità?
In realtà, non si tratta, per l’appunto, di una “scomparsa”, ma di una sostituzione: parlando ovviamente molto in generale, una volta le cose erano semplici dentro e complesse fuori. Oggi, è vero quasi sempre il contrario.
L’industria non ha solo permesso una più rapida introduzione degli oggetti d’uso nella vita quotidiana, ma è responsabile anche della nascita di nuovi bisogni, di nuove esigenze, di nuovi oggetti mai visti prima.
Beni mai esistiti sono divenuti in breve familiari ed indispensabili, ed anch’essi hanno subìto un’evoluzione tale da renderli sempre più sofisticati.
Agli albori dell’era industriale, parecchî oggetti d’uso quotidiano venivano “vestiti” con fogge antiche - gli stessi macchinarî per la produzione subivano tale trattamento -, riprendendo lo stile del passato, con il solo risultato di camuffare goffamente prodotti che nella maggior parte dei casi erano appena apparsi sul mercato, quindi senza una propria “storia estetica” alle spalle.
L’aumento della quantità di oggetti, del loro contenuto tecnologico, unito ad una maggiore precisione formale ha reso inutile, quando non addirittura fastidiosa, la presenza del decoro (o la sua necessità).
Se gli oggetti sono più complessi, infatti, occorre che tra essi e l’utente s’instauri un dialogo diretto, che corra sul filo della razionalità e sappia giungere immediatamente a destinazione, al fine di non scoraggiarne l’uso o, peggio, renderlo difficoltoso.
Sto solo sfiorando il principio razionalista della forma determinata dalla funzione, il quale, paradossalmente, almeno secondo il mio parere, può essere (ancora) valido solo per taluni oggetti estremamente determinati e, quindi, poco modificabili strutturalmente: un paio di forbici, una bicicletta e via dicendo.
Un letto, oggi, non serve più solo per dormire, né viene più proposto in tal senso, e la cosa, sebbene sia causata, come specificato all’inizio, dalla necessità di profitto (ossia, stimolando la fantasia dell’utente per creare il bisogno verso quel dato prodotto), è anche la reale conseguenza di un affinamento dei nostri bisogni.
Gli oggetti di oggi, ed in special modo quelli ad alto contenuto tecnologico, sono pura funzione e sono molto più carichi di significati e compiti rispetto ai loro antenati; è per questo che si è passati ad una maggiore complessità “interna”, a favore di un’estrema semplificazione esterna.
L’architettura non ha potuto fare altro che piegarsi al nuovo significante dell’assenza di dettaglî decorativi, i quali, dal momento in cui l’era industriale ha definitivamente preso il posto di quella agricola, rappresentano con ogni probabilità uno dei punti più antieconomici di tutto un progetto, laddove non siano BEN giustificati.
“decorare” vuol dire semplicemente “dare dignità” alle cose, e quando queste hanno molto da dirci, occorre prima di tutto pensare a come veicolare il messaggio.
L’affollamento di tali messaggî ha reso ridondante la necessità che le cose parlino di altro: esse si raccontano esclusivamente per ciò che compiono, ed a questo alfabeto siamo ormai abituati.
Pioggia
Piovono goccioloni, così pesanti da riverberare ognuno la luce violetta dei fulmini.
Ma quello che sempre cattura la mia attenzione è la piccola nuvoletta di vapore che sbuffa dall’incontro tra la coppa metallica bollente dell’illuminazione stradale e l’acqua fresca del cielo: un piccolo, silenzioso e allegro saluto finale.