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… si finisce con lo scrivere poco.
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… stanno per cadere secchiate d’acqua.
Ho visto la sfumatura della luce che entrava in casa e, come conferma, sto sentendo tuoni in lontananza.
Ma qual è il collegamento fisico “colore verdino=sgrullone“? Presto detto: è il grigio-blu delle nuvole + la luce giallastra del sole (o del giorno).
Neanche le tempeste sono sempre e solo grigie.
Sono quelle che si costruiscono, allo stato larvale, alcune specie di Tricotteri.
Per crescere, e per proteggere il ventre non ancora cheratinizzato, provvedono ad avvolgersi in un astuccio che formano esse stesse da sole, man mano, scegliendo piccoli elementi naturali - granelli di sabbia, piccole pietre, etc. - che legano insieme con un filo di seta appiccicosa prodotta da una ghiandola.
Ma è facile notare come queste foto mostrino culle piuttosto inusuali.

Hubert Duprat, un artista francese, ha posto queste larve in un acquario ed ha fornito loro i materiali per la costruzione degli astucci: piccole pastiglie d’oro a 22 carati, perle, opali, turchesi, minuscoli frammenti di pietre preziose.
Il risultato è stupefacente, non solo per la bellezza dell’accostamento di così tanti piccoli gioielli, ma anche per l’apparente capacità degli insetti di saper comporre questi oggetti come se seguissero consapevolmente precisi canoni di piacevolezza estetica.



Qui è possibile visionare un breve filmato di una larva in azione: inizialmente cerca l’elemento più adatto da posizionare, frugando nel mucchio di pastiglie e baguettes dorate, poi, una volta individuato, lo maneggia con attenzione tra le zampe, per saggiarne il peso e le dimensioni, quindi lo applica con maestria.
Parlare di sensibilità artistica degli insetti o, più in generale, degli animali, è probabilmente inopportuno, non tanto per il fatto che questi abbiano, in diversa misura, capacità analitiche inferiori a quelle umane, quanto perché, nel caso da me esposto, la scelta dei materiali avviene per ragioni opportunistiche, ovvero l’elemento (granello, frammento di conchiglia) viene considerato come il migliore, in quel preciso momento, per comporre il fodero.
Cercare la miglior congiunzione tra le parti, usando un sottilissimo filo di seta, mi appare più come un magnifico esercizio di ingegneria, che non un atto creativo.
Ma sappiamo i loro sensi, e la loro percezione del mondo, essere molto diversi dai nostri, per ovvie ragioni biologiche.
A partire dai colori, essi vivono in un mondo che non riconosceremmo, se potessimo vederlo già solo con i loro occhî.
Eppure, nonostante la loro inconsapevolezza dello scintillìo dell’oro o della superba ricchezza cromatica di una pietra di luna, riescono a regalarci insiemi dall’equilibrio formale decisamente gradevole e dal gusto compositivo degno delle migliori creazioni Art Deco (corrente che apprezzo in modo particolare da sempre), alle quali paiono ispirarsi:






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Dal Ciclo dei Mesi, dipinto da Maestro Wenceslao di Boemia nei primissimi anni del ‘400, nella Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio, a Trento.
Come nel celebre Libro d’Ore, ogni mese dell’anno è illustrato nelle sue caratteristiche naturali e sociali più tipiche, accostando la vita dei nobili con quella dei ceti più bassi.
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Non mi riferisco alla deliziosa predisposizione dell’uomo a rendersi la vita, in fondo, degna di essere vissuta, bensì all’errare che è proprio de’ vagabondi, dei senza patria e dei senza pace.
Da giorni macino chilometri su chilometri.
Un’ora e mezza, due, tre, andando per la maggior parte delle volte a caso. Sempre di sera, ché in questo mese l’aria viva e raddolcita invita ad essere respirata.
Anche a Milano, ebbene sì.
E qui, dove cerco di trattare della bellezza, mi scopro a parlare anche di quel piacere che dà il girare senza meta, o avendo in mente al massimo una direzione, scoprendo angoli sconosciuti che sembrano appartenere ad un’altra città, ad un altro paese.
A volte porto con me la cartina, ma più spesso ne faccio a meno, ed allora si aggiunge anche quel leggero timore di perdersi, di non riconoscere più le strade, di non fare in tempo, di capitare in posti e tra persone poco raccomandabili (sì, anche quello).
Recentemente, discutevamo della bellezza di Milano, in corsivo perché, ovviamente, per l’altra parte, la città è brutta.
Ora, io vengo dal mare, ed è un marchio indelebile: non mi sono ancora spiegata il motivo, ma quando si nasce e si cresce vicino il mare, poi lo si porta con sé ovunque, e se ne sente la mancanza, quando non è più facilmente raggiungibile.
Ma è troppo facile e scontato dire che il mare è bello e Milano è brutta, anche perché non concordo con la seconda affermazione.
Non parlo delle architetture, o di qualche felice trovata urbanistica che ancora non conoscevo.
Occorre probabilmente un certo lavoro mentale per cogliere scenarî il più delle volte inaspettati, ma che, proprio per quello, regalano soddisfazione alla vista ed appagano il nostro senso estetico.
Come quando, giorni fa, intorno alla mezzanotte e mezza, càpito in via Giovanni da Cermenate, dov’è sita la ricevitrice AEM dell’energia elettrica prodotta dalla centrale termoelettrica di Cassano d’Adda.
Uno splendido edificio in travertino della prima metà degli anni ‘30, maestoso ed imperante, illuminato quasi a giorno, che si staglia nel grigiore della periferia milanese e si contende la notte con la presenza di un transessuale che ivi staziona (suppongo regolarmente): uno stranissimo contrasto, che mi ha portata ad immaginare se sia la ricevitrice ad essere degradata dalla presenza delle prostitute, o se siano queste ultime ad essere esaltate da una tale quinta scenografica.
Forse la vera poesia urbana risiede proprio nei contrasti, anche piuttosto forti, che costellano una città: del grandissimo e piccolissimo, del vecchio e del nuovo, del deserto e dell’affollato, e via dicendo.
Come accade nella quotidiana percezione della realtà, il contrasto mantiene viva l’attenzione, obbliga al continuo ragionamento sulle cose, sulla loro posizione e sul loro significato, sulla relazione che sussiste tra gl’elementi.
È impegnativo, senza dubbio, ma ho piacevolmente scoperto che in quelle ore di vagabondaggio, quando il rumore di fondo del cervello è un continuo susseguirsi di pensieri - o l’incessante tentativo di non produrne affatto - mi riesce più facile cogliere le dissonanze, le sorprese, l’inaspettato.
Girare senza meta allena l’occhio, allo stesso modo di una frequente ed appassionata lettura, la quale allena la comprensione delle parole.
Intorno all’una, quella stessa notte, sono poi approdata in piazza Duomo, per una sosta, e dalle due meno venti fino alle due sono stata *l’unica* presenza in tutta la piazza.
Curioso come quest’ultima, di giorno, gonfia di persone, mi appaia sempre immensa, ma in quella notte, seduta quasi al centro della scalinata, mi sembrava di essere solamente in un salotto un po’ ampio e pretenzioso, ma tutto sommato confortevole, gradevole all’aspetto e piacevole nell’assoluto silenzio turbato solamente dal rumore ovattato dei taxi in continuo scorrimento, là, in fondo (come se ci fosse stata una finestra affacciata sulla strada).
È stato bello scoprire di poter rimanere completamente soli anche al centro di Milano, e non ad agosto, non in un’ora troppo tarda, non con il caldo.
La città è quindi essenzialmente un fenomeno, prima che un “luogo”.
Occorre osservarla, mentre si manifesta, poiché le condizioni perché tale evento si verifichi cambiano di momento in momento.
Si modificano le condizioni, cambia l’ “evento-città”.
I contrasti ci sono, ma scivolano via via sul tessuto urbano, e sta alla nostra sensibilità il rilevarli e giudicarli, positivi o negativi che siano.
Come la lettura arricchisce il nostro personale vocabolario, lo stimolo alla ricerca di “eventi” rinforza la capacità di scovarli, amplia gli orizzonti dell’ovvio estetico e ci consente di vivere con maggiore consapevolezza la realtà urbana.
(P.S.: il tutto ha un che di Futurista, lo ammetto…)
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… Due ;^]
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Qualche mese fa, la Deutsche Telekom ha depositato e registrato il magenta che colora la “T” del proprio logo.
In parole povere, si è appropriata di quel particolare tono di rosso e ne detiene l’esclusivo utilizzo.
La questione è spinosa sotto varî punti di vista, dato che la norma europea sulla registrazione dei marchî proibisce l’appropriazione per l’uso esclusivo di un qualsiasi colore, ma è altresì vero che suddetta norma è troppo vaga e soggetta a molte interpretazioni, considerato che ancora molte delle leggi riguardanti il web risalgono ad anni nei quali il web, appunto, non era così diffuso come lo è oggi.
Una volta si diceva che i colori sono infiniti, e la cosa può essere altrettanto valida anche per la classificazione delle tinte, in fondo sono solo codici alfanumerici, basta modificare qualche cifra ed ecco aggirato l’ostacolo.
Curiosamente, la reazione alla notizia c’è stata e molti hanno protestato, a ragione: non ci si può appropriare impunemente di un “qualcosa” che esiste di per sé da sempre.
È uno dei più affascinanti fenomeni fisici.
Senza ch’io mi addentri troppo nella filosofia, è facile capire come un colore non possa essere considerato un prodotto a tutti gli effetti, soprattutto un prodotto dell’ingegno umano.
Esistono decine di sistemi tintometrici, ma nessuno ha mai inventato nessun colore.
E di certo l’azienda tedesca non ha creato il magenta CTM 002534774.
Il gioco è istintivo per natura, ma il riconoscere ed isolare una faccia dal contesto in cui si trova vuole spesso un occhio attento e allenato, nonché una buona dose di fanciullesca immaginazione e una certa attitudine, perché no, a sapersi perdere nelle cose di tutti i giorni, per scoprire che anch’esse ci guardano e ci scrutano, si emozionano e vivono alla stessa nostra maniera.
Faces in places ne raccoglie un bel po’:














