~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~



Musica per strada - 01
Thursday July 29th 2010, 11:47 pm
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Se vi trovate a dover entrare in una grande rotatoria seguita, poi, da una lunga salita, consiglio questo in sottofondo:





Quattordicesimo appuntamento
Saturday March 01st 2008, 11:59 pm
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Torniamo alla musica con un video molto particolare, a partire dalla canzone che illustra: “Lotus” dei R.E.M.

Non ho mai capito il tema del brano, sempre che ci sia, quindi non sono in grado di connettere le immagini alle parole.
Ma Stipe pare trovarsi in un ambiente, seppur questo sia molto glamour, a lui parecchio familiare: una casa di cura psichiatrica.
Essenzialmente, infatti, straparla, barcolla e ha allucinazioni. Forse è sangue quello che ha sulla sua spalla sinistra.

I “tondi” che sottolineano alcuni suoi dettaglî e degli altri due componenti mi fanno pensare ad un osservatore esterno, qualcuno o qualcosa che tenga sott’occhio la band.

Principalmente apprezzo il videoclip per l’estetica che propone, fatta di molti colori terziarî, vibranti, ma gelidi ed una luce incandescente che sembra tagliare, bruciare e disegnare le forme, il nero assoluto, profondo e pieno, delle ombre.
L’inquadratura del minuto 1:42 è semplicemente perfetta.

Da notare come quella luce sia la stessa che ritroviamo in altri videoclip diretti da Stéphane Sednaoui, come per esempio “Give It Away” (Red Hot Chili Peppers), “Fever” (Madonna) - questi due presentano anche lo stesso leitmotiv della pelle argentata -, “Discothèque” (U2), “Thank U” (Alanis Morissette) e la sublime “Dream On” dei Depeche Mode.


R.E.M. - Lotus (1998)

I was hell
Sarcastic silver swell
That day it rained
Tough spun. Hard won. No
Ocean flower aquarium
Badlands. Give a hand
Honey dipt. Flim flam
Hey hey. Hey hey
That cat can walk like a big bad man

So happy to show us
I ate the lotus
Say haven’t you noticed?
I ate the lotus

Storefront window, I reflect
Just last week I was merely heck
Tip the scale. I was hell
Picked me up, then I fell
Who’s this stranger? Crowbar spine
Dot dot dot and I feel fine
Let it rain, rain, rain (rain)
Bring my happy back again

So happy to show us
I ate the lotus
Say haven’t you noticed?
I ate the lotus
I ate the lotus

Let it rain, rain, rain (rain)
Save me from myself again
Wash away my ugly sins
Opposing thumb, dorsal fin
That monkey died for my grin
Bring my happy back again
Let it rain (rain), rain, rain (rain)
Bring my happy back again

So happy to show us
I ate the lotus
Say haven’t you noticed?
I ate the lotus
I ate the lotus
I ate the lotus
I ate the lotus




Tredicesimo appuntamento
Monday December 31st 2007, 3:10 am
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Poco da dire, questa volta, sul video in questione, anche perchè il brano è una b-side strumentale di “Barrel Of a Gun” ed il video in sé, se la memoria non mi inganna, è solamente un insieme di immagini che servirono da sfondo durante l’Exciter Tour del 2001 - siccome andai al concerto, dovrei ricordarmelo bene, ma non ne sono sicura e non ho trovato informazioni a riguardo (*)

Inoltre, essendo, appunto, un’accozzaglia di disegni tipici di Anton Corbijn, val poco la pena tentare di decifrarli e/o di scriverci su interpretazioni mistiche.
Quindi, questa è la mia musica di stanotte, accompagnata da queste immagini. Enjoy !

Depeche Mode - Painkiller (1997)


(*) appena torno, mi rivedo il DVD e verifico…




Dodicesimo appuntamento
Thursday November 01st 2007, 5:23 am
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È vero e se n’è già discusso: i videoclip, parecchie volte, sono solo audio-market(t)ing, e la cosa pare gravare come un’indelebile macchia ancor più su quella musica che in teoria rifugge l’arruffianamento commerciale di giovani anime dolenti, ossia il rock con tutti i proprî figlioli.

Ma ogni qualvolta mi capita di visionare un ottimo prodotto visuale che accompagna un altrettanto ottimo brano, non posso che approvare con entusiasmo il conseguente risultato che fonde armoniosamente note ed immagini.

Così, nel caso di “I’m not trading”, mi interessa sottolineare come ad un brano che è un autentico calcio nelle parti basse si possa unire un videoclip semplice, pulito, diretto ed elegante allo stesso tempo, in un gradevolissimo contrasto di ruvidezza e accuratezza.

Neanche a dirlo, i Sunna sono inglesi, il che, secondo il mio metro di giudizio, quasi sempre è un’ottima credenziale in fase di presentazione (musicale). Mi correggo, ahimé: erano inglesi, poiché in effetti la band è durata un paio d’anni, dal 2000 al 2002, giusto per il tempo di sfornare un magnifico album di industrial-dark-hard-nu metal-etc.

Il roccioso ed oscuro frontman Jon Harris, allevato ad AC/DC, Neil Young e Massive Attack, firma tutte le undici tracce del CD con l’inchiostro della rabbia e del proprio disagio esistenziale, maturati in anni di viaggî alla ricerca, suppongo, di sé stesso (chissà mai perché, ricerche come queste ti portano sempre come minimo in galera…).
Non mancano però, nell’album, delicatissime piume di un sentimento mai quieto, ma limpido e vivificante, che solo quando sussurrato raggiunge il suo apice di intensità ed atmosfera.

Di rabbia è intriso anche il videoclip del primo brano della tracklist. Sebbene non ci sia una trama (al limite, sottesa e suggerita), né un’ambientazione definita e/o personaggi di alcun genere, l’effetto è devastante grazie al raffinato gioco di inquadrature ed alle sottili variazioni di moto tra telecamera fissa e steadycam.

Scenario freddo e tagliente, la band suona in un’irreale sala prove senza tempo, con l’unica compagnia di quest’essere invasivo ed irrequieto che disturba i componenti durante l’esecuzione; è forse ad esso che Harris urla il suo disprezzo? O è solo uno sfogo temporaneo? L’oppressione è dentro di lui, scorre nelle vene, si annida fin nella più piccola cellula. E da lì si trasmette agli strumenti, al microfono, guizza attraverso i cavi verso le casse, cavi che, mi piace immaginare, simboleggiano il groviglio del tormento interiore.

Purtroppo la qualità del video youtubiano è assai scarsa e non rende piena giustizia alla potenza visiva del brano, proprio perché è un prodotto molto accurato nei dettagli, ma tant’è…
Volendo, un certo ibrido da soma tra asino e cavallo saprà sicuramente accompagnarvi verso un esemplare migliore.


Sunna - I’m Not Trading (2000)

I’m not trading now no I’m not
I’m not saying now what I got
‘Cos I can see something I would rather not
And I can read you clear
I can tell that

I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will

I’m not trading now no I’m not
My gut tell me how I am
‘Cos if I let you in it might just be wrong
So I can read you clear
And I can tell that

I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will

Faith is going nowhere near you
So take it home where safety’s endearing
And I will go away and knowing that
I’ve rubbed shoulders without trust in mind

I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will




Undicesimo appuntamento
Friday September 21st 2007, 1:11 am
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Chanson d’amour per questo undicesimo appuntamento parecchio farlocco, dato che video del genere rientrano nell’obesa masnada del trash inizio anni ‘90 (meraviglioso).
Ho sempre apprezzato molto il testo, bella interpretazione.
L’amore chiama o urla?


Soundgarden - Loud Love (1989)

There’s no time to keep it low
I’ve been deaf now I want noise
You stay down
But I won’t be quiet
I’ll hammer on until you fight

Loud love
Loud love
Loud love
Loud love

If you’ve got some time to kill
Slow resistance wins the war
Well I know
But that’s no way to go
You can’t resist the louder pull

Well thats right
I want something to explode
I’ve been deaf
Now I want noise




Decimo appuntamento
Wednesday August 01st 2007, 11:59 pm
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Video semplice, ma molto ben costruito e su un brano niente male. Uno dei miei preferiti degli ultimi tempi.
Per il decimo appuntamento: i Bravery con “An Honest Mistake”, singolo del 2005 dall’album omonimo.
Questo gruppo, a metà tra molte altre formazioni di varie epoche, rappresenta il suo primo estratto attraverso una serie avvincente di domino e altre diavolerie tecniche in una reazione a catena curiosa e ben orchestrata.
Il cantante, una specie di fascinoso Elvis Presley trasfigurato in Morrissey che ha attraversato il mod, il punk, il glam anni ‘80 ed il grunge giungendo fino a noi, si muove tra fuoco, acqua, corde, verricelli, fiamme, ruote, piani inclinati e migliaia di tessere di domino di varie dimensioni.

Apprezzo sempre l’uso del bianco e nero nei videoclip, in particolare in questo, che serve soprattutto a sottolineare le azioni senza lasciarsi distrarre dagli oggetti; i tocchi di giallo vivo evidenziano particolari e ravvivano la scena, evitandone l’appiattimento.

Il brano è molto cupo e urla a gran voce “Duran Duran degli esordi” (ascoltatevi “Khanada”, B-side di “Careless Memories” del 1981), ma ben concepito ed eseguito, non stanca e colpisce subito nel segno. Decisamente mi piace.
Come anche l’espressione finale del frontman :^D

N.B.: QUI la versione ufficiale e corretta del video, che purtroppo non ho potuto incorporare nel post; in questa che segue, mancano alcuni secondi iniziali e l’effetto underwater della musica quando viene inquadrato l’acquario (piccolo, ma interessante ricamo sonoro).


The Bravery - An Honest Mistake (2005)

People
They don’t mean a thing to you
They move right through you
Just like your breath
But sometimes
I still think of you
And I just wanted to
Just wanted you to know
My old friend…
I swear I never meant for this
I never meant…

Dont look at me that way
It was an honest mistake
Don’t look at me that way
It was an honest mistake
An honest mistake

Sometimes
I forget I’m still awake
I f*ck up and say these things out loud

My old friend
I swear I never meant for this
I never meant

Don’t look at me that way
It was an honest mistake
Don’t look at me that way
It was an honest mistake
An honest

Don’t look at me that way
It was an honest mistake
Don’t look at me that way
It was an honest mistake
An honest mistake




Nono appuntamento
Saturday June 23rd 2007, 4:57 am
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Piccola premessa: quando ho deciso di metter su questa sezioncina, Youtube era meno bastardo ( = poneva meno attenzione alla legalità e al ©…) e mi ero ingenuamente illusa di aver trovato una videoteca musicale sempre a disposizione per poter amabilmente disquisire dei miei videoclip preferiti…
Invece da un po’ di tempo, ahimé, i cani da guardia delle majors discografiche (e non) sono stati sguinzagliati per ogni suo piccolo anfratto alla ricerca di filmati coperti da diritti di copyright e, per tale fatto, non pubblicabili legalmente da chicchessia per una visione destinata all’universo mondo; i filmati in questione, quindi, come rami cresciuti troppo oltre il confine, vengono recisi senza pietà e fatti sparire da un momento all’altro.
Motivo per cui i post precedenti di questa sezione sono ormai carte silenti, come lo sarà anche questo (tra chissà quanto…) che mi accingo a comporre; ma tant’è, io mi limito a segnalare…

°~ø~°¯°~ø~°¯°~ø~°

Vediamo adesso di smuovere un po’ le acque (anzi, le sabbie…) qui dentro con un video che mi è piaciuto subito dalla prima volta che l’ho visto.
In realtà, non è la prima volta che mi trovo ad apprezzare un videoclip dei Cassius, duo francese di musica house e anche la loro musica non mi dispiace, pur conoscendo per ora solo qualche singolo.
Del pezzo in sè non so praticamente nulla, non saprei nemmeno inquadrarlo con certezza (funky-house?), non so se sia tutta farina del loro sacco o solo un gradevole insieme di campionamenti. Poco importa, il risultato è molto buono.

Autore di questa meraviglia visuale, un altro duo francese, Alex & Martin, i quali hanno firmato varî altri capolavori del calibro di “Seven Nation Army” dei White Stripes e “Vertigo” degli U2.
Il videoclip è uno dei più belli e interessanti che mi sia capitato di vedere: essenzialmente, si tratta di un viaggio visionario alla velocità della luce, che mi ha ricordato in molti aspetti “2001 Odissea nello spazio”.

Per i primi 20 secondi, si è scortati da due strisce colorate assolutamente innaturali in un paesaggio iperrealista, poi si prosegue da soli, in un mondo così perfettamente bello e falso, con i campi e le colline colorati da cerchi concentrici in colori violenti.
Dopo il primo minuto, attraversando un canale, si fa buio, e la Luna, immensa e luminosissima, penetra fra gli alberi di un bosco e risplende su radure silenziose.
Quindi tramonta, e intanto si attraversa il mare, si passa sotto le montagne (!), s’incrocia il Sole che placidamente se ne sta sulla superficie di uno stagno (!), per poi superarlo (!) e per giungere in un paesaggio sempre più rarefatto, sempre più essenziale, sempre più astratto (notare gli ultimi alberi, o idee di alberi).

Da lì, si spicca il volo.

Di questo video, oltre alla notevole qualità del concept e della realizzazione, mi piace il sottile senso di disagio che sa infondere mano a mano che si prosegue nella visione: è quasi disturbante, prima di tutto per il volo d’uccello a quella velocità, poi per l’astrazione che si avverte fin all’inizio grazie a pochi elementi sparsi qua e là, in seguito pienamente visibili.
Infatti, al secondo minuto, dopo aver lasciato quella che sembrava essere la nostra Terra, si plana su uno scoglio che solo lontanamente la ricorda, forse grazie soprattutto al cielo sempre terso e azzurro.

Purtroppo la dimensione e la qualità del filmato di Youtube non rendono al meglio l’accuratezza della trama materica del cubone rosso, o della resa dell’effetto dell’attrito sul volo, o il timore di urtare contro quei worms che popolano lo scoglio… Sarebbe curioso da vedersi con un visore LCD.

Alla fine, lo scoglio si riduce ad un panorama magrittiano, nei colori e nelle forme: il cielo, le nuvole, il prato, tutto è dipinto su enormi cubi sospesi e variamente sovrapposti, prima indefiniti, e via via sempre più opprimenti, fino a che non rimane la luce pura e geometrica.

Più di 6000 fotografie di paesaggî reali sono state necessarie per ricreare questo mondo bizzarro, diviso tra il sogno (la bellezza della perfezione), l’incubo e l’allucinazione (ciò che crediamo di vedere).


Cassius - Sound Of Violence (2002)

Feel like a wanna be inside of you
when the sun goes down

oh my heart
takin me back to blue
i’ve fallen into my own senses

another night , another day
it’s better this way
let the music play

oh my heart
only you can know how i feel
every day is an ordeal to get by

melanchony
ever so
broken skin
mercury rising

chorus :

oh my heart
there’s movement across the tracks
hoping to played it back , all right
lucky me lucky you
they’re givin us , a two minute warning

oh my heart
changing the way i kill
by changing the way i feel
step forward

everybody , around the world understands
what makes a child of man ( yes come )

Chorus :

feel like i wanna be you more than i
get around come around
see you everynight hear the crowd the sound of violence
shake it out

ready now
going to let it all out
ready now
when the sun goes down
we’ll be coming out ready or not

feel like a wanna be inside of you
when the sun goes down
as long as i’m gonna be around you

when the sun goes down




Ottavo appuntamento
Wednesday November 01st 2006, 12:44 pm
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E adesso… musica! Per festeggiare i 6 mesi :>

Ottavo, ma doppio, anche se un po’ farlocco, nel senso che il post è dedicato alla versione unplugged (molto bella) di una canzone che, da studio, apprezzo allo stesso modo.

Il brano è “Wicked garden” di quei gran pezzi d’uomini (musicalmente parlando, ovvio) degli Stone Temple Pilots.


Il video in questione è dall’ MTV Unplugged del 1993, e mi piace molto come una canzone così forte e intensa, sia per la melodia che per il testo, sia stata riadattata ad una tranquilla e pacifica schitarrata, quasi fosse una di quelle canzoni che si cantano ai raduni religiosi (credetemi, ho esperienza a riguardo), la domenica, sul prato :>

Vorrei anche sottolineare quanto il video originale del singolo sia di una BRUTTURA tale da renderne perfettamente riconoscibile la datazione: colori “acidi”, regia serrata, accozzaglia di immagini senza un filo logico che le unisca. I meravigliosi anni ‘90 :D


C’è anche da aggiungere che gli Stone Temple Pilots non hanno mai avuto dei bei video, a discapito delle canzoni che pure erano e rimangono degne di nota. Non ho ancora compreso bene il motivo, anche se una certa influenza di quegli anni così tormentati credo sia la maggiore responsabile di tale risultato; molti gruppi dell’epoca, o le cui carriere sono riuscite ad arrivare fino a lì, non si sono certo distinti per la componente visuale che i videoclipS sanno regalarci.

Stone Temple Pilots - Wicked garden (1992)

Can you feel like a child?
Can you see what I want?
I wanna run through your wicked garden
Heard that’s the place to find ya
But I’m alive
So alive now
I know the darkness blinds you

Can you see without eyes?
Can you speak without lies?
I wanna drink from you naked fountain
I can drown your sorrows
I’m gonna burn, burn you to life now
Out of the chains that bind you

Can you see just like a child?
Can you see just what I want?
Can I bring you back to life?
Are you scared of life?

Burn, burn, burn
Burn your wicked garden down
Burn, burn, burn
Burn your wicked garden to the ground

Can you feel pain inside?
Can you love?
Can you cry?
I wanna run through your wicked garden
Heard that’s the place to find you
‘Cause I’m alive
So alive now
Out of the dark that blinds you

Can you see just like a child?
Can you see just what I want?
Can I bring you back to life?
Are you scared of life?

Burn, burn, burn
Burn your wicked garden down
Burn, burn, burn
Burn your wicked garden to the ground




Settimo appuntamento
Wednesday September 13th 2006, 1:17 pm
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Allora, vogliamo darla o no, una bella scrollata all’ambiente?
Eccovi serviti, dunque: «You’re Speaking My Language», neanche 3 minuti di musica, ma efficacemente rumorosi e godibili, allo stesso tempo.
Ho poco da dire sugli autori, visto che fondamentalmente non penso abbiano scritto pagine nuove nel grande libro della storia della musica, ma è altresì vero che quello che fanno, lo fanno bene, e così è stata la mia prima impressione ascoltandoli.

Si tenga anche conto che qui sono i video musicali i protagonisti, più che gli artisti stessi.

I Juliette and the Licks nascono neanche 3 anni fa, sul sito trovate tutto quello che c’è da sapere su di loro; la filosofia di base è molto semplice e immediata, così come dovrebbe essere il rock ‘n’ roll; e il fatto che il frontman del gruppo sia una donna distingue un minimo il gruppo dal marasma di formazioni particellari munite di chitarre, voce e batteria.

E che donna.
Ho sempre provato generale antipatia per Juliette Lewis, ma ammetto che in questa veste di… vestale sregolata dello stage diving la gradisco e sopporto molto di più; se è vero che non ha avuto una vita facile, fin dall’adolescenza, meglio sfogarsi con un microfono in mano che in ruoli da eterna dannata, sempre al limite di tutto.

Perchè questo loro video è bello? Perchè è ben fatto, prima di tutto.
Lei si rivolge ad un pubblico freddo, immobile, che sembra non capirla; eppure, parlano la stessa lingua, lei sa che si comprendono, anche se sembra andare più veloce di tutti.
Ed infatti, alla fine, tutti mostrano di averla compresa, urlando e applaudendo il gruppo.

Anche l’immagine della band non è niente di originale, ma direi che è azzecatissima fin nei minimi dettagli e quindi mi piace: il chitarrista (o bassista?) rapato e la sua camicia sono spettacolari nell’inquadratura in cui lui “ringhia”, il batterista sembra un manager appena uscito dall’ufficio, che ha fatto appena in tempo a togliersi la giacca e ad arrotolarsi le maniche su per il braccio prima di pestare sui piatti, lei è fin troppo anni ‘80.
Non male, insomma, non male.

Dimenticavo: dedicato a chi sembra parlare il mio stesso linguaggio.


Juliette & The Licks - You’re Speaking My Language (2005)

This one goes out to the entire world
That’s right
I know you think you know me better than that
I bit your dog ’cause he hit on my cat
I wipe my face off and keep your kisses back baby

You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You could be my Romeo

All the boys and all of the girls
Push it up shake it up to the world
I wanna feed you like a bush of baby birds
Put your mind, make sure that you heard
Another week of less allowance you know
You think you’re winning when you’re winning to lose

You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby

I don’t think you heard me
I know you think you know me better than that
I bit your dog cus he hit on my cat
I wipe my face off and keep your kisses back baby
Keep your trigger loaded
Rockin’ or rollin’ all night

You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking my language baby
You’re speaking
You’re speaking
You’re speaking
You’re speaking
You’re speaking




Sesto appuntamento
Sunday August 06th 2006, 2:01 am
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Ci volevano proprio un po’ di note in questo stellato deserto di immagini e parole, no?

E siccome il deserto, per quanto riguarda la temperatura, è anche lì fuori, da voi, nessuna occasione potrebbe essere migliore per “entrare” letteralmente nel videoclip di questo appuntamento.
Un brano che amo molto: per l’autore, per l’atmosfera, per l’energia.
Il brano: «Raoul and the Kings of Spain». L’autore: Tears for Fears (o per meglio dire, una metà, Roland Orzabal). L’atmosfera: la vecchia Spagna.
(sono cosciente del fatto che dire «vecchia Spagna» non ha molto senso, un po’ come sarebbe per l’espressione “vecchia Italia”: la Spagna è un mosaico di regioni, ognuna con una propria storia, con i propri personaggi, con un proprio dialetto/lingua.)

L’album omonimo in cui è contenuto questo brano, pubblicato nel 1995, è un’opera molto introspettiva, come conferma lo stesso autore: “Raoul” è il nome con il quale il piccolo Roland è stato chiamato per le prime due settimane di vita, e anche il nome di un suo figlio.
Il «settimo figlio del settimo figlio» rompe le catene e arriva alla «vittoria»: forse Roland intende dirci che ha superato le sue angosce di ragazzo dall’infanzia difficile? Forse sono proprio i suoi figli la vittoria cui si riferisce?

Orzabal scava nelle sue origini; anche se inglese di nascita, Roland Jaime Orzabal de la Quintana ha genitori francesi e inglesi, con radici argentine e basche, un miscuglio meraviglioso che dà origine a brani intensissimi, non solo nelle liriche, ma anche nelle melodie; in effetti, questa canzone ha l’usuale “marchio” epico dei grandi brani dei Tears For Fears, senza però risultare pesante.
Il climax cresce sempre di più, fino alle bellissime ripetizioni del refrain principale che a me personalmente mettono i brividi.

Roland Orzabal visivamente ci racconta la sua Spagna in modo piuttosto convenzionale, oserei dire: a partire dalla tavolozza di fuoco dei colori, non mancano larghe camicie seicentesche, un’ambientazione fastosa, un piccolo aspirante torero, palmizi, croci, accenti moreschi e tanto, tanto oro.
Purtroppo non sono riuscita a scoprire il luogo dove è stato girato il video (se qualcuno ne fosse a conoscenza, me lo faccia sapere), ed è un peccato, perchè è veramente affascinante: il cortile interno di un castello? Di una parte di un castello? E quanto è bella quella scala così stretta e ripida?
Voglio sottolineare anche la bellezza androgina della bassista Gail Ann Dorsey, prima in una sgargiante camicia color del sangue, con balze e ruches, poi in un sontuoso abito fiammeggiante di riflessi, mentre corre nel sole e scompare nel portico del misterioso edificio.
I brividi hanno il loro picco nel lancio nel vuoto della cappa rossa da parte del bambino: ne seguiamo la caduta, ma non vediamo dove essa si accascia.

Chiudete gli occhi (magari al secondo riascolto, sennò io che ci sto a fare? ;>) e volate anche voi.


Tears For Fears - Raoul And The Kings Of Spain (1995)

When the seventh son of the seventh son
Comes along and breaks the chain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Making it plain, making it sane
To turn this loss into a gain

Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain

Did you know your father was an island
Did you know your mother was the sea
Can we ever hope to seek asylum
From the bounds of fate and family

When the seventh son of the seventh son
Comes along and breaks the chain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Making it plain, making it sane
To turn this loss into a gain

Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain

Did you know all mothers come from heaven
Did you know all fathers come from hell
That is why they’re at sixes and sevens
That is why their marriage isn’t well (not well)

When the seventh son of the seventh son
Comes along and breaks the chain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Making it plain, making it sane
To turn this loss into a gain

Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain
Raoul, Raoul, Raoul and the kings of Spain

The kings of Spain, the kings of Spain
The kings of Spain, the kings of Spain
The kings of Spain, the kings of Spain
The kings of Spain, the kings of Spain
The kings of Spain

Raoul