~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~



«Eletti sono coloro per i quali le cose belle non hanno altro significato che di pura bellezza.» (Oscar Wilde)
Wednesday July 11th 2007, 8:40 pm
Filed under: • MANIFESTO, • Belle arti

Dal libro di Corrado Augias e Mauro Pesce, «Inchiesta su Gesù», leggo questo estratto dalla «Vita di Gesù» di Ernest Renan del 1863:

(…) Il vivere semplicissimo di tali paesi, non lasciando sentire il bisogno degli agî, rende quasi inutile il privilegio del ricco, onde tutti si trovano in una povertà volontaria. D’altra parte, l’assoluta mancanza di gusto per le arti e per tutto ciò che contribuisce all’eleganza della vita materiale, anche alla casa di chi non manca di nulla imprime un aspetto di miseria. (…)

Ed hanno cominciato ad intrecciarsi nella mia mente le infinite connessioni tra i concetti di bellezza, ricchezza, povertà, cultura, possibilità, intelligenza, aridità morale, elevazione dello spirito.
Renan, nel passo citato, si riferisce ai paesi di matrice islamica (verso i quali non è mai stato tenerissimo, invero, per usare un eufemismo), ma mi chiedo se il concetto di base possa essere valido sempre, indipendentemente dalle culture e dalle epoche storiche.

Il discorso è molto ampio e articolato, e ha per radici diverse affermazioni, sempre partendo dal brano di Renan; per esempio: si parla di “gusto per le arti”, e automaticamente mi viene da equiparare la formula ad un più generale “senso per la bellezza” (o per la ricerca di essa, più esattamente) che, a mio parere, è innato nell’uomo. Ma se è innato, allora dovrebbe essere del tutto slegato dal contesto storico, sociale, economico, religioso e quant’altro nel quale un individuo nasce, vive e muore.
In generale, penso sia così, e ne offro sempre la dimostrazione rimandando ad immagini come questa: agli albori del genere umano, uno qualunque dei suoi esponenti ha desiderato lasciare l’impronta della propria mano (tra l’altro, in negativo, quindi con un’avanzata “ricerca tecnica”) su una parete di roccia; i motivi per i quali ha agito in tal senso in questo ambito non ci interessano molto (curiosità? Gesto meditato o spontaneo? Legato alla religione, alla caccia, al gioco… ?), ma esistono moltissimi altri esempi come questo; senz’altro non è una spiegazione del fatto che l’uomo già sapesse cosa potesse essere arte (in effetti, ancora nessuno lo sa, ma molti ci provano ad indovinarlo), però è indubbio che un tale gesto racchiuda, nella sua naturalezza, tutta la sensibilità verso l’esplorazione di ciò che appaga non già i bisogni cosiddetti primarî, ma l’intelletto nella sua espressione forse più libera e bella: la fantasia.

È altresì certo che essa abbia continuamente bisogno di essere alimentata dalla varietà delle esperienze quotidiane, così come si può ragionevolmente pensare che una vita piuttosto misera, sempre uguale a sé stessa, non possa offrire tali esperienze: quindi ha ragione Renan? L’estrema modestia che caratterizza alcune società soffoca inevitabilmente la ricerca del bello?

Ma c’è un altro punto, molto interessante: mancando di base il “gusto per le arti”, appaiono miseri anche coloro che miseri non sono. La ricchezza materiale non può soddisfare quella interiore, lo sanno tutti, e subito questo assunto, non so se a torto o a ragione, mi richiama alla mente lo stereotipo del mafioso che ha in casa la colonna greca sottratta alle rovine di due vallate accanto: possedere materialmente un oggetto d’arte non vuole affatto dire che esso rappresenti il gusto di chi possiede tale oggetto (ma non intendo dire che un mafioso non possa avere gusto per le arti).

Senza addentrarsi nel ginepraio della questione “cos’è (il) bello”, anche una semplice cassapanca intagliata può rappresentare una forma di ricerca stilistica magari piuttosto rudimentale, ma che sarebbe l’inequivocabile segno dell’esigenza naturale, da parte dell’uomo, di andare oltre la nuda utilità delle cose per renderle in qualche modo piacevoli alla vista e al tatto.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se siano più “misere” (in senso estetico) le caverne dei primi uomini, i quali magari si limitavano a tracciare semplici linee parallele per decorare un vaso di terracotta malamente modellato, oppure le scarne abitazioni in pietra delle popolazioni mediorientali, dai tempi di Cristo fino ai nostri giorni (non c’è molta differenza).

Di certo, il territorio rappresenta una delle più grandi fonti di ispirazione per l’uomo: esso lo influenza e al contempo egli cerca di dominarlo (con le tecniche, la religione, le guerre…) ed è comprensibile come il deserto offra ben poco alla fantasia umana: tanto per fare un piccolo esempio, le scanalature presenti sulle colonne dei tre ordini classici dell’architettura greca altro non simboleggiano se non le venature della corteccia degli alberi (dato che, prima delle colonne in pietra, le abitazioni erano sostenute da tronchi); ora, cosa può ispirare un’immensa distesa di sabbia? In che modo essa stimola l’immaginazione in coloro i quali nascono, vivono e muoiono fra le sue dune, secolo dopo secolo?

La Bellezza, quindi, sorella dell’Intelligenza, è figlia della Varietà e dell’Uomo: questi agisce come un filtro di fronte al mondo e a tutte le sue manifestazioni e contemporaneamente egli è mondo ed espressione di sé stesso nel momento in cui produce (o riproduce) quella Varietà nel proprio linguaggio (sia esso di natura scientifica, artistica, sociale, etc).
E quando in essa ritroviamo quel Tutto dal quale proviene, ecco che diviene pura, assoluta ed universale; in una parola, la nostra vera Immortalità.




Il nero valorizza il bianco
Thursday July 05th 2007, 3:15 am
Filed under: • Troppo vago per essere categorizzato, • MANIFESTO

Nel buio, la pur minima luce salta subito all’occhio; quando essa è piena, invece, opprime tutto ciò che investe.

La vista è sempre stato il mio senso preferito e mi atterrisce il solo pensare di poterla perdere un giorno (per qualunque motivo); questo deserto virtuale è dedicato ad essa e intorno ad essa ruota molto di me, di quello che faccio, di ciò che mi piace e di ciò che sono.

Apprezzo l’espressione “vedere tutto nero” (e meno male, visto che me l’affibbiano chissà quante volte).
E non l’ho mai trovato un gran difetto, l’essere pessimisti, disillusi, disincantati.
Vivere “al buio” consente di cogliere ogni dettaglio, ogni raggio di luce che filtra dalle fessure.
Tanto, la luce, come l’acqua, penentra dappertutto, attraversa ogni maglia, è impossibile ostacolarla completamente.




Anonimo (graffitaro) veronese, «Ciclope», agosto 2006
Friday August 04th 2006, 2:38 am
Filed under: • MANIFESTO, • Foto, • Belle arti, • Still life


Il titolo del disegno è opera mia: non si offenda l’autore se inciampa qui e non si trova d’accordo con la sottoscritta, è solo una personale interpretazione.

Voglio eleggere questa creatura a nume tutelare del blog: in un luogo dove la vista è fondamentale, dove viene esaltata la visione in tutte le sue forme, dove ogni aspetto visivo della vita viene preso in considerazione, non può mancare un Occhio supremo che ci simbolizza e ci unisce; esso non è affatto passivo, perchè ha braccia e gambe e mani e piedi, e agisce, può muoversi, può realizzare qualcosa.
L’occhio guida le sue azioni.




Alla base di questo blog
Saturday July 01st 2006, 5:34 pm
Filed under: • Troppo vago per essere categorizzato, • MANIFESTO


Lou Rawls - Pure Imagination (1976)

Willy Wonka:
[Parlato]
Hold your breath
Make a wish
Count to three

[Cantato]
Come with me
And you’ll be
In a world of
Pure imagination
Take a look
And you’ll see
Into your imagination

We’ll begin
With a spin
Traveling in
The world of my creation
What we’ll see
Will defy
Explanation

If you want to view paradise
Simply look around and view it
Anything you want to, do it
Wanta change the world?
There’s nothing
To it

There is no
Life I know
To compare with
Pure imagination
Living there
You’ll be free
If you truly wish to be

If you want to view paradise
Simply look around and view it
Anything you want to, do it
Wanta change the world?
There’s nothing
To it

There is no
Life I know
To compare with
Pure imagination
Living there
You’ll be free
If you truly
Wish to be




Forse è presuntuoso da parte mia, ma in fondo è questo quello che vorrei ispirasse questo blog, facezie e digressioni a parte: il piacere di immaginare, di viaggiare senza muoversi, di scoprire (e riscoprire) dove non sembrava più esserci nulla di nuovo.
Ogni volta che penso che a questo mondo si è detto tutto, fatto tutto, inventato tutto quello che c’era già da dire, fare e inventare, mi chiedo allora perchè riesco ancora a stupirmi di fronte ad oggetti che ben conosco, perchè non ci si stanca di ascoltare musiche che conosciamo a memoria, perchè scopriamo canzoni di decine di anni fa che ci emozionano, sebbene non abbiano mai fatto parte della nostra vita e le ascoltiamo per la prima volta.

Io amo il passato, amo anche il futuro, amo cose che non ho potuto conoscere direttamente, e che non hanno mai toccato la mia vita. Cos’è che mi tende verso di loro? Soprattutto l’immaginazione. Per merito suo, posso fantasticare su quadri, note, usanze, oggetti che sono lontani da me, ma che mi affascinano e mi coinvolgono.

Mi piace scoprire cose, anche “leggere” e senza troppa importanza, che smentiscano la mia pessimistica visione di oggi; mi piace ritrovare la fantasia in qualunque cosa, mi piace chi sa usarla in tutto ciò che fa (o per lo meno, finchè è possibile) e riesce a farlo perchè ha immaginazione, perchè vede lati nuovi in questo cubo nel quale siamo rinchiusi, scopre angoli inesplorati, ci si mette anche, in quegli angoli, e vede tutto diverso, perchè cambia la prospettiva, anche se il panorama rimane sempre lo stesso.

Ho scelto questo video innanzitutto perchè adoro il film: è di una poesia disarmante e tutt’altro che “per bambini”; certo, i piccoli si divertono sicuramente nel vederlo e altro non desiderebbero che essere al posto dei protagonisti, ma penso che lo si apprezzi fino in fondo solo da adulti, quando cioè, in qualche modo, si perdono gli occhi con i quali siamo nati, sostituiti dalla vita con occhiali piuttosto appannati.
Il brano, poi, mi è sempre piaciuto, fin da piccola (da quando cioè, l’ho scoperto con il film): il padrone di casa che passeggia nel suo giardino così inconsueto eppure così accogliente, mentre i suoi ospiti possono correre in libertà, toccare ciò che li incuriosce, assaggiare tutto quello che vogliono (mangiare non è forse la metafora più diretta dell’assimilazione della conoscenza? Non è forse una forma di possesso di ciò che ci piace e che vorremmo tenere con noi, di ciò che vorremmo facesse parte di noi?).
In fondo, il suo giardino altro non è che zucchero, latte, cacao e coloranti; ma io vedo fiori, alberi, erba, tanti frutti diversi, un fiume, ed è tutto buono, tutto delizioso, tutto da scoprire.

Io ho scelto di pubblicare note, disegni/quadri, oggetti.
Il mio giardino, meno bello del suo, è fatto di idee, fantasia, viaggi reali e non.
Ho tantissimo da imparare, troppo per una sola vita, perchè sì, bisogna anche ri-imparare ad immaginare, a viaggiare, si nasce con questa capacità, ma la si perde sempre ed è un vero peccato, con tutto ciò che abbiamo intorno, cioè l’Universo intero.

Ma cos’è che voglio imparare? Semplicemente, a vedere, guardare, osservare. È il senso che preferisco, indubbiamente.
Immediatamente dopo, c’è l’ascoltare e sono ben contenta di poter offrire questa possibilità sul mio blog a chi passa di qua.
(Dopo seguirebbe il gusto, quasi a pari merito, ma purtroppo la tecnologia è ancora lontana dal darmi la capacità di offrirvi anche questo).
Più “vedo”, maggiori dettagli colgo: è tutto lì il segreto.
Mi piacciono i dettagli, in tutto; grazie a loro, ho le MIE cose, i MIEI pensieri, le MIE fantasie, le MIE passioni. E grazie ad essi, quello che faccio è MIO, ciò che penso viene da ME sola, quello che mi piace, mi piace per i particolari che colpiscono ME.

Il bello di tutto questo è che so che non ha una fine, so che c’è solo da andare avanti: ogni nuovo aspetto o particolare che scopro me ne fa intravedere altri cento, e non sempre necessariamente più piccoli o dettagliati; so che da questi particolari posso prendere più vie, tutte diverse fra loro, e arrivare dove non avrei mai immaginato, e lì ricominciare il giro.
O fermarmi tranquillamente ad ammirare ciò che ho scoperto e ciò che so fino a quel punto.

Quanta voglia avete di imparare?




Da tenere sempre a mente
Monday May 01st 2006, 1:05 am
Filed under: • MANIFESTO
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