~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~



Bello, brutto, utile, inutile, nuovo, usato
Tuesday February 17th 2009, 10:12 pm
Filed under: • Dal cucchiaio alla città

Sabato pomeriggio faccio un giro in uno di quei “franchising dei rigattieri” - non mi va di fare pubblicità, sapete - e, come sempre accade in occasioni simili, guardo gli oggetti esposti e non posso fare a meno di pensare alle parole che ho utilizzato nel titolo del post e che identificano le qualità da noi usate per classificare le cose.

Il fatto è che, di fronte alla massa di queste cose spalmata con un certo disordine sui banchi espositivi, mi rendo conto che esistono tantissimi oggetti *brutti*; ora, sappiamo che non sono concetti facilmente fissabili in una definizione valida per tutti, ma io sono sempre stata convinta che invece ci sono limiti (in tutte le direzioni) riconoscibili da chiunque e, in qualche modo, universali.

Non v’è dubbio che molti degli oggetti esposti possano essere più o meno utili a qualcuno, come anche penso sia determinante per tale valutazione da parte del futuro fruitore l’aspetto con il quale questi oggetti si presentano.
Mi spiego: molti di essi sono in stato medio, moltissimi in stato mediocre, pochissimi sono apprezzabili - sia perché realmente belli, o di valore, o che comunque beneficiano ugualmente del tempo trascorso, avendo acquistato il fascino dell’ “oggetto sopravvissuto”.
La stragrande maggioranza di quei prodotti non ha più alcuna utilità effettiva: vuoi per l’indiscutibile obsolescenza tecnologica, o per superati cànoni estetici, o semplicemente perché, nel caso degli oggetti più comuni, se ne dispone largamente anche oggi, ma in una versione certamente moderna, dai materiali più attuali, dalle forme più attinenti al nostro gusto.
Però, la curiosità, unita anche allo stimolo della ricerca, nutrita a volte da una certa forma di bisogno reale, è capace di dar loro un nuovo appeal, aprendogli anche la possibilità di un ritrovato impiego nella vita odierna.

Ma nonostante tutte queste fini considerazioni, mi sono ritrovata ad immaginare quanti di quegli oggetti rimarranno lì esposti semplicemente perché brutti. Sono davvero tanti, praticamente tutti.
E la conclusione più triste cui sono giunta è che al mondo vengono prodotte troppe brutture, da “sempre”, nessuna delle quali giustificata dal periodo storico, dal panorama socio-economico, dalla funzione, etc.

Qui mi riallaccio ai limiti che ho nominato poco sopra: moltissimi oggetti non hanno ragion d’essere, in primis per il loro pessimo aspetto; non dico “design”, poiché questo comprende anche la funzione, ed è rappresentativo del prodotto nel suo intero - ma ovviamente una brutta forma compromette irrimediabilmente il design.
Ho quindi pensato alla miriade di migliaia e migliaia di oggetti, fabbricati in altrettante migliaia di esemplari, che sono ideati dal pressapochismo delle necessità economiche, e che riempiono il mondo di un inutile spreco di materiali ed energie.

In quel negozio ogni oggetto era un singolo esempio di tutto ciò, ognuno ha alle spalle questo panorama desolato. Che deve essere moltiplicato per ogni negozio simile, per ogni città in cui ve ne sono, per ogni regione e così via, e ancora non si avrebbe idea della quantità totale che affligge il mercato e che pesa ancora sul mondo.




Il contenitore perfetto
Wednesday January 21st 2009, 4:06 pm
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S’intende quello per alcune delle più belle opere d’arte al mondo: l’Alte Pinakothek di Monaco è un degno esempio di architettura museale grandiosa, ma non invasiva, che custodisce il suo patrimonio proteggendolo e nel contempo rivelandone all’esterno l’assoluta magnificenza.
Saloni, scale, passaggî, luce, un fondo uniforme e sobrio.





Ricorsi progettuali
Thursday January 01st 2009, 10:32 pm
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Artemide, 2003:


Philips, 2008:


Luce modulabile a piacere in intensità e sfumature.
Design essenziale, forma sferica, iMac friendly.




La decor-azione
Thursday July 31st 2008, 4:11 am
Filed under: • Dal cucchiaio alla città

Uno spirito sapiente, giorni fa, osserva, contemplando il retro di Palazzo Marino: «Si spendeva parecchio, nel passato, in decorazioni, eh?»

Eh sì. Ma perché?
Il mondo di oggi (diciamo quello contemporaneo, va’) è piuttosto sguarnito, in questo senso: dagli oggetti di uso quotidiano alle architetture, nella stragrande maggioranza dei casi non vi è più di quel che ci vuole (”sopra”, “intorno”, “a sostegno di”, e via dicendo).

Non è (solo) una questione di stile, ma semplicemente il risultato dei tempi che viviamo, dominati dal potere economico delle cose.
Che, beninteso, c’è sempre stato, ma la nascita dell’industria ha determinato un così radicale mutamento da essere il reale spartiacque tra l’antico ed il moderno: non le invenzioni scientifiche, bensì la loro applicazione nei processi di produzione sono responsabili dei nostri ritmi e delle nostre abitudini.

Ma allora, cos’ha determinato la generica e progressiva “scomparsa” della decor-azione? Non è forse un bisogno innato nell’uomo, un istinto, quello di costruire le cose e determinarle nel proprio mondo attraverso una serie di elementi che siano gradevoli all’occhio senza che questi ne intralcino la funzionalità?

In realtà, non si tratta, per l’appunto, di una “scomparsa”, ma di una sostituzione: parlando ovviamente molto in generale, una volta le cose erano semplici dentro e complesse fuori. Oggi, è vero quasi sempre il contrario.
L’industria non ha solo permesso una più rapida introduzione degli oggetti d’uso nella vita quotidiana, ma è responsabile anche della nascita di nuovi bisogni, di nuove esigenze, di nuovi oggetti mai visti prima.
Beni mai esistiti sono divenuti in breve familiari ed indispensabili, ed anch’essi hanno subìto un’evoluzione tale da renderli sempre più sofisticati.

Agli albori dell’era industriale, parecchî oggetti d’uso quotidiano venivano “vestiti” con fogge antiche - gli stessi macchinarî per la produzione subivano tale trattamento -, riprendendo lo stile del passato, con il solo risultato di camuffare goffamente prodotti che nella maggior parte dei casi erano appena apparsi sul mercato, quindi senza una propria “storia estetica” alle spalle.

L’aumento della quantità di oggetti, del loro contenuto tecnologico, unito ad una maggiore precisione formale ha reso inutile, quando non addirittura fastidiosa, la presenza del decoro (o la sua necessità).
Se gli oggetti sono più complessi, infatti, occorre che tra essi e l’utente s’instauri un dialogo diretto, che corra sul filo della razionalità e sappia giungere immediatamente a destinazione, al fine di non scoraggiarne l’uso o, peggio, renderlo difficoltoso.

Sto solo sfiorando il principio razionalista della forma determinata dalla funzione, il quale, paradossalmente, almeno secondo il mio parere, può essere (ancora) valido solo per taluni oggetti estremamente determinati e, quindi, poco modificabili strutturalmente: un paio di forbici, una bicicletta e via dicendo.

Un letto, oggi, non serve più solo per dormire, né viene più proposto in tal senso, e la cosa, sebbene sia causata, come specificato all’inizio, dalla necessità di profitto (ossia, stimolando la fantasia dell’utente per creare il bisogno verso quel dato prodotto), è anche la reale conseguenza di un affinamento dei nostri bisogni.
Gli oggetti di oggi, ed in special modo quelli ad alto contenuto tecnologico, sono pura funzione e sono molto più carichi di significati e compiti rispetto ai loro antenati; è per questo che si è passati ad una maggiore complessità “interna”, a favore di un’estrema semplificazione esterna.

L’architettura non ha potuto fare altro che piegarsi al nuovo significante dell’assenza di dettaglî decorativi, i quali, dal momento in cui l’era industriale ha definitivamente preso il posto di quella agricola, rappresentano con ogni probabilità uno dei punti più antieconomici di tutto un progetto, laddove non siano BEN giustificati.

“decorare” vuol dire semplicemente “dare dignità” alle cose, e quando queste hanno molto da dirci, occorre prima di tutto pensare a come veicolare il messaggio.
L’affollamento di tali messaggî ha reso ridondante la necessità che le cose parlino di altro: esse si raccontano esclusivamente per ciò che compiono, ed a questo alfabeto siamo ormai abituati.




Culle (preziose)
Sunday June 01st 2008, 10:57 pm
Filed under: • Dal cucchiaio alla città, • Belle arti

Sono quelle che si costruiscono, allo stato larvale, alcune specie di Tricotteri.
Per crescere, e per proteggere il ventre non ancora cheratinizzato, provvedono ad avvolgersi in un astuccio che formano esse stesse da sole, man mano, scegliendo piccoli elementi naturali - granelli di sabbia, piccole pietre, etc. - che legano insieme con un filo di seta appiccicosa prodotta da una ghiandola.

Ma è facile notare come queste foto mostrino culle piuttosto inusuali.


Hubert Duprat, un artista francese, ha posto queste larve in un acquario ed ha fornito loro i materiali per la costruzione degli astucci: piccole pastiglie d’oro a 22 carati, perle, opali, turchesi, minuscoli frammenti di pietre preziose.

Il risultato è stupefacente, non solo per la bellezza dell’accostamento di così tanti piccoli gioielli, ma anche per l’apparente capacità degli insetti di saper comporre questi oggetti come se seguissero consapevolmente precisi canoni di piacevolezza estetica.




Qui è possibile visionare un breve filmato di una larva in azione: inizialmente cerca l’elemento più adatto da posizionare, frugando nel mucchio di pastiglie e baguettes dorate, poi, una volta individuato, lo maneggia con attenzione tra le zampe, per saggiarne il peso e le dimensioni, quindi lo applica con maestria.

Parlare di sensibilità artistica degli insetti o, più in generale, degli animali, è probabilmente inopportuno, non tanto per il fatto che questi abbiano, in diversa misura, capacità analitiche inferiori a quelle umane, quanto perché, nel caso da me esposto, la scelta dei materiali avviene per ragioni opportunistiche, ovvero l’elemento (granello, frammento di conchiglia) viene considerato come il migliore, in quel preciso momento, per comporre il fodero.
Cercare la miglior congiunzione tra le parti, usando un sottilissimo filo di seta, mi appare più come un magnifico esercizio di ingegneria, che non un atto creativo.

Ma sappiamo i loro sensi, e la loro percezione del mondo, essere molto diversi dai nostri, per ovvie ragioni biologiche.
A partire dai colori, essi vivono in un mondo che non riconosceremmo, se potessimo vederlo già solo con i loro occhî.
Eppure, nonostante la loro inconsapevolezza dello scintillìo dell’oro o della superba ricchezza cromatica di una pietra di luna, riescono a regalarci insiemi dall’equilibrio formale decisamente gradevole e dal gusto compositivo degno delle migliori creazioni Art Deco (corrente che apprezzo in modo particolare da sempre), alle quali paiono ispirarsi:










Appena fuori orario
Friday February 01st 2008, 11:58 pm
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Orologio M&Co.




«Nutshells»
Saturday November 24th 2007, 11:30 pm
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In questo caso non parlo dei comuni gusci di noce, bensì dei diorami creati da Frances Glessner Lee (1878 - 1962), l’ereditiera di Chicago che fondò il dipartimento di medicina legale di Harvard, ma alla quale furono proibiti gli studî dalla famiglia e che non potè intraprendere la propria carriera se non dopo i 52 anni.

Appassionata di Sherlock Holmes, case di bambola e patologia forense, nel 1943 entrò nella polizia di Stato del New Hampshire e di lì a poco cominciò a realizzare i suoi Nutshells : diciotto (o diciassette, non è chiaro) diorami che riproducono fin nei più piccoli dettaglî altrettanti crimini efferati.

Queste scenette furono create per allenare l’occhio degli investigatori sulla scena del crimine. In esse, «le chiavi chiudono realmente le serrature, una matita scrive, un fischietto può essere suonato»; ogni scritta è perfettamente leggibile, sia essa su un calendario o su un quotidiano. Le vittime sono vestite di tutto punto, così come i possibili indizî (una macchia di rossetto su un cuscino, un proiettile nel muro) sono sparsi con acuta ragionevolezza qua e là.

Il miglior commento su di esse? Erle Stanley Gardner, l’avvocato e scrittore che ideò le serie di Perry Mason, grande amico della Lee, disse sui Nutshells : «A person studying these models can learn more about circumstantial evidence in an hour than he could learn in months of abstract study».




(© 2004 Corinne May Botz)



Qui, però, qualcosa non torna…

(© 2004 Corinne May Botz)


(© 2004 Corinne May Botz)


(© 2004 Corinne May Botz)


(© 2004 Corinne May Botz)



(via Visible Proofs)




Space Invaders
Sunday October 28th 2007, 5:36 am
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Ossia, ciò che gli uomini diverranno mano a mano nel tempo.
Abbiamo cominciato con piccoli oggetti metallici appena fuori il portone di casa, per poi farci una camminata fino alla strada di fronte, e lanciando altri gingilli sempre più lontano.

A partire dagli anni ‘70, Gerard O’Neill, professore di Fisica a Princeton, con la collaborazione della NASA e dell’Università di Stanford, pone le basi per un progetto di colonie spaziali. Da allora, sono fioriti a ciclo continuo studî, ricerche, libri, pianificazioni.

Ho sempre trovato estremamente affascinanti le tavole che illustrano i progetti di quegli anni, fin da quando le vidi per la prima volta da piccola nell’enciclopedia di astronomia che abbiamo in casa, ed è stato perciò un vero piacere ritrovarle disponibili sulla Rete.
Il sito è quello dello Space Settlement, sezione della NASA che si occupa di studiare le soluzioni per una possibile vita al di fuori della Terra.
Questo il logo, molto immediato, quasi infantile, ma non con accezione negativa, mi piace molto:




La Terra è vista quasi come fosse un trampolino di lancio per l’uomo…

I progetti si basano essenzialmente sullo stesso principio, e cioè creare delle strutture rotanti che assicurino una quota di gravità e la conservazione di un ecosistema atto ad ospitare la vita - umana, animale e vegetale.
Da questa idea di base, si sono sviluppate diverse versioni; occorre però sottolineare, a questo punto, che non si tratta in alcun modo di semplici concept, bensì di progetti comprensivi di calcoli, considerazioni scientifiche ed economiche, piani per il reperimento, l’estrazione e la lavorazione dei materiali extraterrestri necessarî alla costruzione dei moduli e via dicendo.

Ebbene, oltre le usuali tavole tecniche e descrittive, si conservano anche queste spettacolari immagini, veri e proprî dipinti che uniscono all’accuratezza scientifica una buona dose di futuristico ottimismo e di manierismo idilliaco.
Il primo esempio che riporto è quello di una stazione a doppio cilindro: qui, come per le altre proposte, per effetto della forza centrifuga la terraferma si trova “spalmata” sulle pareti interne dei cilindri; il “cielo”, quindi, si troverebbe al centro di essi.
Vista dall’esterno:


Questi due scorcî tolgono letteralmente il fiato:



A seguire, invece, una struttura toroidale, più compatta e che permette al suo interno una distribuzione degli spazî terra-cielo più canonica e familiare (terra “giù” - cielo “su”, anche se nel vuoto cosmico, com’è ovvio, i riferimenti spaziali che siamo soliti usare perdono di valore…) :





La più curiosa è la cosidetta “sfera di Bernal”, ed ancora più curioso il fatto che tale progetto sia stato concepito dal professor John Desmond Bernal addirittura nel lontano 1929! Esso consiste di una sfera non troppo grande, l’interno della quale sarebbe completamente rivestito dalla terraferma; la luce del Sole vi giungerebbe tramite un gioco di specchî posti ai due poli della sfera, la cui forma sarebbe una delle più adatte per mantenere la pressione e respingere efficacemente le radiazioni cosmiche.




Particolare con sezione degli anelli, ospitanti colture ed allevamenti:


In fase di costruzione:


La resa artistica dei progetti non si ferma alla visualizzazione del solo “prodotto finale” (ovvero, le scenette “di genere” di un possibile quotidiano in ambito spaziale), ma illustra magnificamente anche dettaglî più tecnici, come ad esempio questa catapulta elettromagnetica (per il lancio in orbita del materiale necessario alla costruzione):


oppure le fasi di prelievo dei minerali da un asteroide:


Neanche a dirlo, il principale ostacolo alla realizzazione di questi ed altri progetti simili è rappresentato dagli enormi costi, concentrati soprattutto nel lancio in orbita di materiali e individui: sfuggire alla gravità è, infatti, la sfida maggiore; per questo si punta allo sfruttamento della Luna quale fonte di minerali (senza, quindi, doverseli “portare da casa”) e si guarda allo sviluppo delle nanotecnologie, in special modo quella in grado di riorganizzare molecole di carbonio in nuove tipologie di diamante, al fine di ottenere materiali altamente resistenti, molto rigidi ed al contempo sempre più leggeri.

Ai tempi, si ipotizzava l’inizio dei lavori già intorno agli anni ‘90, ma è sempre difficoltoso avanzare stime temporali a riguardo, specialmente quando non è possibile prevedere gli scenarî geopolitici mondiali. Altre ipotesi suggeriscono la costruzione delle prime colonie entro il 2100 (o anche prima - ma ne dubito).

Molte delle illustrazioni che ho presentato sono ad opera di Donald Davis, uno “Space Artist” (come si definisce egli stesso in home page) davvero eccellente, con un sito parecchio brutto , ma ricco di sezioni interessanti e dettagliate che spaziano - è il caso di dirlo - dall’astronomia, al modellismo (da vedere), alla fotografia.




Meccanica di polso
Sunday September 23rd 2007, 7:25 pm
Filed under: • Dal cucchiaio alla città, • Belle arti

Jose Geraldo Reis Pfau è un quasi sessantenne appassionato di moto e di modellismo. Nasce così la sua collezione di oltre duecento moto in miniatura, tutte assemblate utilizzando orologî (ma anche occhiali) ottenuti grazie ad un amico negoziante che, previo acquisto, ritirava l’ “usato” dai proprî clienti. E non solo le due ruote, ma anche rimorchî e sidecar.
Nel suo sito, una galleria più ampia (con, in home page, la bellissima riproduzione del chopper di “Capitan America” - Peter Fonda - di “Easy rider”).




























Lasciar segni
Monday July 23rd 2007, 12:17 am
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Mi sono imbattuta in questi due oggetti che mi hanno colpita per la loro natura e per il chiasma di analogie/differenze che presentano: scrittura, legno umile, inchiostro, grafite, legno morto, legno vivo, durata nel tempo, legno prezioso, riciclo/riutilizzo.

Dalla linea Graf von Faber-Castell, la “Pen of the Year 2007“:


La parte centrale del fusto è realizzata in legno fossile, lavorato e lucidato quasi fosse una pietra preziosa.
(nella stella collezione, esiste anche la penna con il corpo in avorio di mammuth)
Prezzo: 2.500 €



L’altro oggetto è una semplice matita:


Da un’idea di Zeev Zohar, la “Seed of a Pen”: normalissimo lapis che contiene, sulla sommità, un seme: quando diventa troppo corto per poter essere utilizzato, lo si può piantare e il seme al suo interno darà vita ad una pianta (non meglio identificata, per ora).
Ho però il sospetto che sia solo un concept