Ovvero, piccole testimonianze di qualche giorno tranquillo e ameno.




~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~
S’intende quello per alcune delle più belle opere d’arte al mondo: l’Alte Pinakothek di Monaco è un degno esempio di architettura museale grandiosa, ma non invasiva, che custodisce il suo patrimonio proteggendolo e nel contempo rivelandone all’esterno l’assoluta magnificenza.
Saloni, scale, passaggî, luce, un fondo uniforme e sobrio.


Non è lo scoprire cose nuove, come spesso si dice, ma il piacere di ritrovare dal vero ciò che prima potevo solamente aver letto, o ammirato su un qualsiasi altro supporto (carta, schermo di un pc…) che non fosse lo scenario concreto della vita reale.
Come questo angolo bianco, in Svizzera.
Intendiamoci: non che si possa conoscere “tutto” in anteprima, restando sempre immobili, o che non si possa farlo attraverso l’esperienza diretta completamente priva di nozioni aprioristiche, ma viaggî del genere, nel quale ritrovo cose, paesaggî ed atmosfere, sono come l’innamoramento che preferisco: l’incontro già pieno di premesse (su un libro, per esempio), un lungo periodo di conoscenza distaccata, ma intima e profonda, ed infine il coronamento più bello, quello che conferma tutte le aspettative segretamente covate.
Il gioco è istintivo per natura, ma il riconoscere ed isolare una faccia dal contesto in cui si trova vuole spesso un occhio attento e allenato, nonché una buona dose di fanciullesca immaginazione e una certa attitudine, perché no, a sapersi perdere nelle cose di tutti i giorni, per scoprire che anch’esse ci guardano e ci scrutano, si emozionano e vivono alla stessa nostra maniera.
Faces in places ne raccoglie un bel po’:








Penso siano quelle che, in natura, accadono di continuo, secondo dopo secondo, senza che neanche ce ne accorgiamo. Sia a causa della nostra congenita indifferenza verso ciò che non ci riguarda direttamente, sia per quella capacità della ragione che vuole rivestire la Vita con un manto speciale, dandole un’apparenza magnifica ed un significato quasi al di fuori della nostra portata.
Cosa che, ovviamente, non è affatto vera: la nostra esistenza non è per nulla differente da quella di ogni altro minuscolo essere vivente, tant’è che la capacità dell’uomo di discernere il mondo non ha mai annullato né nascosto la sua reale natura, tesa all’abuso dell’ambiente in nome della sopravvivenza; ciò che ci rende autodistruttivi, a differenza degli animali, è, appunto, il voler penetrare le cose, il volerle smontare, il non accontentarsi.
Le favole di Tessa Farmer ci raccontano proprio questo aspetto dell’esistenza, attraverso delle rappresentazioni fantastiche e mostruose (nel significato originario della parola latina monstrum di “cosa straordinaria”, “fuori del comune”), che rimandano direttamente alle originarie fiabe dell’epoca vittoriana, quando queste non avevano tema di raccontare anche la morte, e ben prima che la loro “disneyficazione” le rendesse innocue e piene di astratti buoni sentimenti (e liete conclusioni).
Protagoniste dei suoi visionarî racconti sono delle minuscole creature, spesso identificate come “fate” per il solo fatto di possedere un paio di ali cristalline. Con il tipico aspetto leggiadro delle fate comunemente conosciuto, però, queste creature hanno poco da spartire, dato che sono in realtà ben più assimilabili alle anziane Moire della mitologia greca, ossia l’equivalente delle Parche latine.
L’artista le assembla partendo da minuscoli elementi naturali, siano essi vegetali o animali, che raccoglie vagando per boschi: ecco allora rami e rametti di qualunque foggia, ali di insetti, ossa, radici…
Generalmente sono in scala così ridotta che per osservarle al meglio (ed anche per comporle) si ha bisogno di una lente di ingrandimento.
Queste “fate” figurano sempre in atteggiamenti ed azioni di dominio verso il mondo naturale dal quale esse stesse provengono: è fondamentale sottolinearlo, perché l’artista in realtà utilizza una controfigura mitica per rappresentare l’uomo, da sempre combattuto sul ruolo da assegnarsi rispetto a tutti gli esseri viventi.
Il primo gruppo di foto illustra l’installazione chiamata “Swarm”, del 2003-2004. Le “fate” attaccano diversi insetti, ora circondandoli, ora torturandoli, ora deridendoli. In effetti, è proprio in questo che riconosciamo l’essenza umana del loro disumano comportamento (mi si perdoni il gioco di parole): a volte sembrano divertirsi sulla sofferenza delle creature che esse decidono di prendere di mira, come fossero bambini crudeli e dispettosi.
Vista d’insieme:

In questo dettaglio, un povero ragno si contorce impotente sotto l’assalto di tre “fatine”. Nonostante la mia folle repulsione verso tali bestiole, non posso che provare compassione per lui.

Questa libellula sembra accettare passivamente lo scherno delle quattro fatine che la cavalcano.






Qui hanno strappato una delle lunghe zampe di una specie di zanzara.


Quest’altra installazione è invece chiamata “Nymphidia”, del 2005 - dal nome di un componimento poetico sulle fate dell’inglese Michael Drayton, del 1627 (*) - e mostra l’attacco verso un alveare. La scena è di una crudezza impressionante: una fata ha già decapitato una sua avversaria e, montandole sopra, usa uno degli uncini o il pungiglione come arma mortale verso la prossima vittima.
Questa scenetta non è per niente dissimile, in quanto a violenza, da quelle immortalate costantemente in qualsiasi conflitto ora in corso nel mondo, e mi colpisce non poco la potenza espressiva di queste creature: aiutata dalla mia mente, che tende per natura a ricercare fattezze “umane” ed espressioni, posso scorgere benissimo il ghigno della fata, impegnata nello sforzo di uccidere l’ape.

La fata esibisce vittoriosa il suo macabro trofeo.

“The Terror”, 2006: le fate hanno anche mezzi speciali di assalto, come questa “snakeship” composta da uno scheletro di serpente combinato con quello di un coniglio, ali di insetti e varî bozzoli.


“Little savages”: attorno a questa volpe (imbalsamata), vittima inerme delle torture delle fate, si sviluppa un ricchissimo scenario di piccoli e grandi delitti e cattiverie. Dalle stesse parole dell’artista, «il loro ultimo scopo è attaccare l’uomo, e con la volpe stanno solo facendo pratica».
Per esse, la volpe è una controfigura dell’uomo, mentre per l’osservatore l’uomo è in ognuna di quelle piccole e ciniche fatine.


Un aculeo di porcospino si rivela un perfetto giavellotto.

(*) Di questo poema, mi ha colpito questo estratto, che ben si adatta all’operato della Farmer e che l’ha forse in qualche modo ispirata:
(…)
The walls of spiders’ legs are made,
Well mortised and finely laid;
He was the master of his trade
It curiously builded;
The windows of the eyes of cats,
And for the roof, instead of slats,
Is covered with the skins of bats,
With moonshine that are gilded.
(…)
Il mio penultimo intervento verteva sulla solenne menzogna dell’Arte.
E da lì, come sempre, ho cominciato a rigirarmi la questione, sezionandola e (ri)componendo i pezzi per vedere se potessero saltar fuori nuove connessioni.
l’Arte è menzogna, per il solo fatto che la Realtà è una sola - magari non necessariamente oggettiva, ma sicuramente unica - e mai essa potrà essere riprodotta nella sua interezza (sempre che interessi a qualcuno farlo…).
D’altronde, a cosa servirebbe essere Uomini, senza quella capacità di rielaborazione che i filtri dei sensi, attraverso i quali nuotiamo nella Vita, ci regalano in ogni istante che viviamo?
Ma la menzogna stessa è Arte; la menzogna, la finzione, l’Inganno e quindi la Maschera.
È per questo motivo che ritengo il trucco una vera Arte; nella mia personale visione delle cose, rappresenta quanto di meglio si possa avvicinare all’ideale di Arte nel suo senso più concettuale possibile, perché coinvolge il corpo umano, il segno ed i colori - anche se questi ultimi possono essere visti come “minore o maggiore densità di segno”, e quindi non hanno la medesima importanza, ma di questo se mai parlerò meglio in futuro.
È la finzione perfetta: una maschera che si modella sui tratti del corpo per nasconderli, modificarli o esaltarli; obbliga ad una doppia visione: la “tela” sulla quale si tratteggiano i segni combacia con il risultato finale della combinazione di tali segni, che però può essere diversissimo da essa. Un po’ come osservare uno stereogramma.
Kabuki è uno dei più fantasiosi nonché abili makeup artist.
Sebbene le sue creazioni oltrepassino spesso i limiti, il punto di partenza è sempre la struttura ossea della persona che ha sottomano: il suo gusto e l’estro del momento fanno il resto.
Pittore fin da bambino, mostra da subito un’attrazione per la fantasia oscura e la predilezione per le ombre della bellezza, piuttosto che per le sue luci.
In accordo con il mio pensiero, Kabuki ritiene che l’inquietudine mantenga alta la soglia dell’attenzione, che è esattamente ciò che serve per catturare l’osservatore e costringerlo a non distogliere lo sguardo da ciò che si è creato - poco importa se il fine sia vendere abiti o semplicemente coinvolgerlo in un esercizio di contemplazione.
Le immagini che seguono sono tratte dalla rivista “Paper”, settembre 2005, foto di Richard Burbridge.
Questa l’immagine di copertina:



Commistione Egitto-Africa-Metropolis:



I cristalli così disposti rappresentano l’energia del corpo che letteralmente “esplode” al di fuori. Kabuki si è ispirato ai solenni altari rococò, come questo del Karlskirche di Vienna:

Non sono unghie finte, bensì ali di scarabeo:

In questo caso non parlo dei comuni gusci di noce, bensì dei diorami creati da Frances Glessner Lee (1878 - 1962), l’ereditiera di Chicago che fondò il dipartimento di medicina legale di Harvard, ma alla quale furono proibiti gli studî dalla famiglia e che non potè intraprendere la propria carriera se non dopo i 52 anni.
Appassionata di Sherlock Holmes, case di bambola e patologia forense, nel 1943 entrò nella polizia di Stato del New Hampshire e di lì a poco cominciò a realizzare i suoi Nutshells : diciotto (o diciassette, non è chiaro) diorami che riproducono fin nei più piccoli dettaglî altrettanti crimini efferati.
Queste scenette furono create per allenare l’occhio degli investigatori sulla scena del crimine. In esse, «le chiavi chiudono realmente le serrature, una matita scrive, un fischietto può essere suonato»; ogni scritta è perfettamente leggibile, sia essa su un calendario o su un quotidiano. Le vittime sono vestite di tutto punto, così come i possibili indizî (una macchia di rossetto su un cuscino, un proiettile nel muro) sono sparsi con acuta ragionevolezza qua e là.
Il miglior commento su di esse? Erle Stanley Gardner, l’avvocato e scrittore che ideò le serie di Perry Mason, grande amico della Lee, disse sui Nutshells : «A person studying these models can learn more about circumstantial evidence in an hour than he could learn in months of abstract study».



(© 2004 Corinne May Botz)
Qui, però, qualcosa non torna…

(© 2004 Corinne May Botz)

(© 2004 Corinne May Botz)

(© 2004 Corinne May Botz)

(© 2004 Corinne May Botz)
(via Visible Proofs)
… anzi, otto:








(campagna Diesel “C’era una volta…”, ottobre 2007, presso laRinascente di piazza Duomo, Milano)
Postilla: potevano osare di più: per esempio, la mela che mangia Biancaneve, o Raperonzolo che strozza il principe con la sua treccia o il pisello che usa la principessa come materasso… E dire che fino a pochi giorni prima, nelle vetrine, campeggiavano deliziose scenette per il lancio di apertura del nuovo corner di Agent Provocateur: tutte un florilegio delle più eleganti nonché sfacciatamente dichiarate allusioni sessuali…