B-roach
Sulla maggior parte delle cose che mi piace riportare qui cerco di non esprimermi mai a fondo, per varie ragioni; preferisco maggiormente aspettare che qualcuno abbia qualcosa da dire in merito e poi, semmai, dire la mia in proposito.
Sarà così anche questa volta.
Parlo di moda, oggi.
Tralasciando i grandi quesiti dell’umanità sull’argomento, del tipo “Cosa mi metto, oggi?”, “Nero e marrone stonano poi così tanto insieme?” e altre amenità del genere, io mi chiedo: ci sono dei limiti? E quali sono?
Sappiamo tutti che è un ambito nel quale continuamente se ne pongono e sistematicamente si superano, riguardino essi forme, fogge, colori, materiali, impiego…
Lo stilista Jared Gold (del quale apprezzo lo stile) ne ha decisamente superato uno, o una decina tutti assieme.
Con questa b-roach, appunto:
La spilla consiste in uno scarafaggio gigante sibilante del Madagascar decorato con veri cristalli Swarovski e munito di una elegante catenina a mo’ di guinzaglio.
Il processo di decorazione avviene rigorosamente a mano: una ragazza si occupa della decorazione, attaccando con una tecnica segreta i cristalli e la spilla al dorso della dolce creatura, spilla dalla quale si diparte la catena che verrà anch’essa assicurata all’abito, per non “perdere mai di vista” il gioiello.
Perchè proprio uno “scarafaggio gigante sibilante del Madagascar”? Perchè è pulito (non come i suoi parenti prossimi nostrani), dal carattere docile, non si muove più di tanto e soprattutto pare essere quello con la corazza più resistente, e l’unico, quindi, a potersi permettere tale scintillante armatura.
Principalmente vengono decorati solo esemplari maschi e comunque solo quelli adulti, tutti accuditi con grande cura lungo l’intero processo; processo che non si conclude con la decorazione, ma che comprende anche l’eventuale spedizione agli acquirenti.
Questo esclusivo gioiello, ora non più disponibile nel negozio virtuale dello stilista (ma che presto pare tornerà operativo - almeno credo), era anche venduto online, al prezzo di $80 ($60 nei negozi): spedito ben protetto da carta, una volta a casa necessita di attenzione, ma non di particolari cure, infatti occorre solo provvederlo di una costante fonte d’acqua (uno strato di carta assorbente imbevuta), frutta fresca (pezzetti di mela e banana) e una gabbietta riscaldata (la temperatura media del Madagascar si aggira intorno ai 27-30° C).
Vive per circa un annetto e può essere indossato tranquillamente per tutto il giorno, non si muoverà troppo e al massimo sibilerà qualcosina di tanto in tanto, quando lo riterrà opportuno.
Dobbiamo inorridire? Rabbrividire? Schifarci, scandalizzarci?
Dal canto mio, posto che non lo sfoggerei MAI, se non altro per entomofobia, l’idea mi ha affascinato: anche se la trovo eticamente scorretta, anche se non sono animalista nel senso più eccessivo del termine.
Come quasi sempre accade quando si va oltre, quando si compie un’azione di rottura, specie in un contesto apparentemente effimero e leggero come questo, le reazioni sono estreme e contraddittorie: grida di giubilo o forte contestazione.
Sulle prime non ho testimonianze dirette, sulla seconda sì, concretizzata in un sito anche molto ironico e corredato di foto dell’oggetto in questione (alla voce “Gallery“) con tutti i dettagli ben documentati.
Persiste un dubbio: si potevano scegliere i colori e la disposizione dei cristalli?
(via FSView)
Sangue reale, sangue blu
Thursday February 01st 2007, 8:26 pm
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… e invece no: ciò che scorre nelle vene dei nobili non è meno rosso di qualunque altro liquido ematico di quasi tutti gli altri esseri viventi (a quanto pare, il sangue blu è prerogativa degli invertebrati).
Erwin Olaf ce ne dà prova con questa splendida serie, “Royal Blood” appunto: 8 fotografie per altrettante nobili teste, più o meno coronate, più o meno devastate dal destino avverso.
Gaio Giulio Cesare, ucciso da un gruppo di congiurati nel marzo del 44 a.C.
Poppea Sabina, morta nel 65 d.C., presumibilmente in seguito alle conseguenze di un calcio del marito Nerone mentre era in attesa del loro secondogenito.
Maria Antonia Giuseppina Giovanna d’Asburgo-Lorena: perse la testa l’ultima volta nell’ottobre del 1793.
Ludwig von Wittelsbach (Ludovico II di Baviera), scomparso nel giugno 1886 in circostanze non troppo misteriose.
Elisabeth Eugenie Amalie von Wittelsbach (Elisabetta di Baviera), trova finalmente pace per mano di un anarchico italiano nel settembre del 1898.
Alessandra di Hesse-Darmstadt, ultima zarina di Russia, trucidata nel luglio 1918 insieme al marito, ai cinque figli e sette altri appartenenti al seguito.
Jacqueline Kennedy, quando ancora non era “in Onassis”: uccisa da un linfoma, ma qui ritratta insieme al primo marito John Fitzgerald Kennedy nell’ultima istantanea del loro matrimonio (novembre 1963).
Diana Frances Mountbatten-Windsor Spencer, fermatasi ad uno stop imprevisto in quel di Parigi a fine agosto 1997.
Mi piace moltissimo questa serie, perchè è violenta, ma con raffinatezza.
Perchè è piena di contrasti, primo fra tutti il candore immacolato dei personaggi - e non solo per ciò che concerne gli abiti o le fattezze fisiche (pelle chiara, capelli biondi, età fermata alla giovinezza) - contro il rosso cupo del sangue e del trucco, quasi del tutto aggiunto in seguito al computer.
Questi personaggi, ormai storici per un motivo o per l’altro, sono raffigurati come pura astrazione di ciò che sono stati e di ciò che rappresentano.
Trovo molto azzeccata la scelta di far rivivere Giulio Cesare attraverso il corpo di un ragazzino, dallo sguardo fiero e incisivo: in lui rivediamo lo spirito combattivo e l’ambizione che ne hanno determinata la celebrità nella storia.
Poppea, al contrario del ritratto storico che ci è stato consegnato dai contemporanei, è qui una figura imponente nella sua severità: lo sguardo è terribilmente accusatorio, la morte terribile non è la sua, ma quella del figlio che portava in grembo. Forse lo scatto più scioccante e al contempo il meno cruento.
E quanto è bella questa Maria Antonietta paffuta, rosea, probabilmente appena sazia dei croissant già allora in voga a Parigi? Pare essersi appena rialzata dal patibolo (l’abito è del tutto pulito), pronta a far ritorno a palazzo con la sua testa fra le mani e qui fermatasi un attimo per lo scatto.
Nell’espressione c’è tutta la dignità di una regina, nella gonna a palloncino e nei piedi “a papera” in posizione leggermente asimmetrica la frivolezza e la leggerezza d’animo che la contraddistinsero in vita, nel bene e nel male.
Ludwig è qui un bellissimo giovane innaturale, così come era la vita che il vero re di Baviera sognava e che ha sempre ricercato attraverso il suo amore per l’arte e la fantasia, in un regno tutto suo modellato da scenografi.
La sua morte inspiegata ne consente un ritratto appena sporcato dal sangue.
Elisabetta di Baviera è curiosamente molto più simile al suo alter ego cinematografico, Romy Schneider, che non alla vera Imperatrice d’Austria, scura d’occhi, di capelli e d’animo.
La zarina Alessandra potrebbe in un primo momento essere scambiata con la sua più celebre figlia Anastasia, ma avendo fatto la medesima fine entrambe, non è detto che ciò non fosse già nelle intenzioni del fotografo, il quale ha scelto di raffigurarla come una giovanissima rappresentante dell’austera nobiltà russa (Anastasia aveva 17 anni, quando fu uccisa).
Ma perchè inserire nella serie un personaggio come “Jackie”, che nobile non era e la cui morte non ha purtroppo nulla di epico o straordinariamente drammatico? Non so rispondere.
Come nobile non fu il primo marito, quindi non è neanche una scelta atta a impersonare JFK, in un modo piuttosto originale e trasversale.
È stata certamente una morte leggendaria, gloriosa, avvenuta durante una parata, la morte di un personaggio già entrato nel mito degli americani quand’era ancora in vita e che li colpì tutti in maniera estremamente commovente.
Ma neanche i suoi brandelli di cervello scompongono di un capello la pettinatura della first lady più celebrata finora.
Trovo invece finalmente adorabile la principessa Diana in questa veste di sofisticata femme noire, anche se di nero c’è ben poco; in un altro mondo, avrei scelto questa immagine come traino di una campagna pubblicitaria del celebre marchio automobilistico.
Non è la Diana paurosa e timorosa cui lei stessa ci aveva abituati (non senza un abile gioco di strategia). Sguardo annoiato, ma diretto, la ferita portata con disinvoltura, come fosse un innesto artificiale, o un estremo atto di Body Art.
È forse il concept meglio riuscito di tutta la serie, sfrontato e geniale, come l’arte dovrebbe essere.