
Anche oggi un bel sole.
~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~

… e non dimenticare la «polvere da lavare» e il «pompidü thé».
Mi sono imbattuta in questi due oggetti che mi hanno colpita per la loro natura e per il chiasma di analogie/differenze che presentano: scrittura, legno umile, inchiostro, grafite, legno morto, legno vivo, durata nel tempo, legno prezioso, riciclo/riutilizzo.
Dalla linea Graf von Faber-Castell, la “Pen of the Year 2007“:

La parte centrale del fusto è realizzata in legno fossile, lavorato e lucidato quasi fosse una pietra preziosa.
(nella stella collezione, esiste anche la penna con il corpo in avorio di mammuth)
Prezzo: 2.500 €
L’altro oggetto è una semplice matita:

Da un’idea di Zeev Zohar, la “Seed of a Pen”: normalissimo lapis che contiene, sulla sommità, un seme: quando diventa troppo corto per poter essere utilizzato, lo si può piantare e il seme al suo interno darà vita ad una pianta (non meglio identificata, per ora).
Ho però il sospetto che sia solo un concept…
… fa sudare i pensieri.

Ecco una delle rappresentazioni più efficaci del cliché simbolista della donna come essere diabolico, tentatore, lussurioso.
Quest’opera, quasi nello stile di cartoline Art Nouveau, è interamente costruita e sorretta da simboli e allegorie, ma Rops era particolarmente abile nel cavalcare i temi chiave del periodo, proponendoli costantemente in bilico tra la provocazione, l’ironia e l’effettivo disagio maturato dai tempi.
“pornocrate” è la donna; il titolo si riferisce a quel periodo storico, compreso tra la fine dell’IX secolo e la fine del X secolo, detto, appunto, Pornocrazia (Romana), durante il quale il papato, ai tempi decisamente molto più influente nella sfera politica, fu un continuo susseguirsi di personaggi corrotti e, per un certo lasso di tempo, guidato e manovrato dalle azioni di due donne dissolute, Teodora (moglie del senatore e console romano Teofilatto) e la figlia Marozia.
Quest’ultima, in particolare, fu una donna spregiudicata e ambiziosa, senza alcun limite morale nella ricerca del potere per sé e i proprî familiari.
Sposò solo uomini di prestigio, al fine di scalare sempre più le vette della società del tempo, e riuscì persino non solo a far eleggere papa il suo primo figlio, ma anche a manovrarne la reggenza, ispirando la leggenda della Papessa Giovanna.
Come la quasi totalità delle donne di potere dell’antichità, Marozia morì in un convento.
Rops ci dipinge la sua pornocrate come una tipica bellezza del suo periodo, e bendata: forse per meglio sottolineare l’impossibilità di muoversi con coscienza se si è guidati dalle cieche passioni dell’ambizione.
Tre “amorini antichi” (come li definì l’Autore stesso), ossia di tipo classico, piangono disperati e si allontanano dalla pornocrate: essi non hanno più niente che fare con lei, che è ormai cieca verso l’Amore vero e sincero, così come le grandi Arti, che domina e calpesta, non possono più esaltarla quale massimo esempio di bellezza e grandiosità della Natura e si richiudono in loro stesse, piangendo sommessamente.
L’unica compagnia che si riserva è quella di un maiale: simbolo piuttosto riconoscibile del vizio selvaggio o, più prosaicamente, allegoria del maschio moderno?
Dal libro di Corrado Augias e Mauro Pesce, «Inchiesta su Gesù», leggo questo estratto dalla «Vita di Gesù» di Ernest Renan del 1863:
(…) Il vivere semplicissimo di tali paesi, non lasciando sentire il bisogno degli agî, rende quasi inutile il privilegio del ricco, onde tutti si trovano in una povertà volontaria. D’altra parte, l’assoluta mancanza di gusto per le arti e per tutto ciò che contribuisce all’eleganza della vita materiale, anche alla casa di chi non manca di nulla imprime un aspetto di miseria. (…)
Ed hanno cominciato ad intrecciarsi nella mia mente le infinite connessioni tra i concetti di bellezza, ricchezza, povertà, cultura, possibilità, intelligenza, aridità morale, elevazione dello spirito.
Renan, nel passo citato, si riferisce ai paesi di matrice islamica (verso i quali non è mai stato tenerissimo, invero, per usare un eufemismo), ma mi chiedo se il concetto di base possa essere valido sempre, indipendentemente dalle culture e dalle epoche storiche.
Il discorso è molto ampio e articolato, e ha per radici diverse affermazioni, sempre partendo dal brano di Renan; per esempio: si parla di “gusto per le arti”, e automaticamente mi viene da equiparare la formula ad un più generale “senso per la bellezza” (o per la ricerca di essa, più esattamente) che, a mio parere, è innato nell’uomo. Ma se è innato, allora dovrebbe essere del tutto slegato dal contesto storico, sociale, economico, religioso e quant’altro nel quale un individuo nasce, vive e muore.
In generale, penso sia così, e ne offro sempre la dimostrazione rimandando ad immagini come questa: agli albori del genere umano, uno qualunque dei suoi esponenti ha desiderato lasciare l’impronta della propria mano (tra l’altro, in negativo, quindi con un’avanzata “ricerca tecnica”) su una parete di roccia; i motivi per i quali ha agito in tal senso in questo ambito non ci interessano molto (curiosità? Gesto meditato o spontaneo? Legato alla religione, alla caccia, al gioco… ?), ma esistono moltissimi altri esempi come questo; senz’altro non è una spiegazione del fatto che l’uomo già sapesse cosa potesse essere arte (in effetti, ancora nessuno lo sa, ma molti ci provano ad indovinarlo), però è indubbio che un tale gesto racchiuda, nella sua naturalezza, tutta la sensibilità verso l’esplorazione di ciò che appaga non già i bisogni cosiddetti primarî, ma l’intelletto nella sua espressione forse più libera e bella: la fantasia.
È altresì certo che essa abbia continuamente bisogno di essere alimentata dalla varietà delle esperienze quotidiane, così come si può ragionevolmente pensare che una vita piuttosto misera, sempre uguale a sé stessa, non possa offrire tali esperienze: quindi ha ragione Renan? L’estrema modestia che caratterizza alcune società soffoca inevitabilmente la ricerca del bello?
Ma c’è un altro punto, molto interessante: mancando di base il “gusto per le arti”, appaiono miseri anche coloro che miseri non sono. La ricchezza materiale non può soddisfare quella interiore, lo sanno tutti, e subito questo assunto, non so se a torto o a ragione, mi richiama alla mente lo stereotipo del mafioso che ha in casa la colonna greca sottratta alle rovine di due vallate accanto: possedere materialmente un oggetto d’arte non vuole affatto dire che esso rappresenti il gusto di chi possiede tale oggetto (ma non intendo dire che un mafioso non possa avere gusto per le arti).
Senza addentrarsi nel ginepraio della questione “cos’è (il) bello”, anche una semplice cassapanca intagliata può rappresentare una forma di ricerca stilistica magari piuttosto rudimentale, ma che sarebbe l’inequivocabile segno dell’esigenza naturale, da parte dell’uomo, di andare oltre la nuda utilità delle cose per renderle in qualche modo piacevoli alla vista e al tatto.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se siano più “misere” (in senso estetico) le caverne dei primi uomini, i quali magari si limitavano a tracciare semplici linee parallele per decorare un vaso di terracotta malamente modellato, oppure le scarne abitazioni in pietra delle popolazioni mediorientali, dai tempi di Cristo fino ai nostri giorni (non c’è molta differenza).
Di certo, il territorio rappresenta una delle più grandi fonti di ispirazione per l’uomo: esso lo influenza e al contempo egli cerca di dominarlo (con le tecniche, la religione, le guerre…) ed è comprensibile come il deserto offra ben poco alla fantasia umana: tanto per fare un piccolo esempio, le scanalature presenti sulle colonne dei tre ordini classici dell’architettura greca altro non simboleggiano se non le venature della corteccia degli alberi (dato che, prima delle colonne in pietra, le abitazioni erano sostenute da tronchi); ora, cosa può ispirare un’immensa distesa di sabbia? In che modo essa stimola l’immaginazione in coloro i quali nascono, vivono e muoiono fra le sue dune, secolo dopo secolo?
La Bellezza, quindi, sorella dell’Intelligenza, è figlia della Varietà e dell’Uomo: questi agisce come un filtro di fronte al mondo e a tutte le sue manifestazioni e contemporaneamente egli è mondo ed espressione di sé stesso nel momento in cui produce (o riproduce) quella Varietà nel proprio linguaggio (sia esso di natura scientifica, artistica, sociale, etc).
E quando in essa ritroviamo quel Tutto dal quale proviene, ecco che diviene pura, assoluta ed universale; in una parola, la nostra vera Immortalità.
Perché nella realtà non ci sono mai quei silenzi che invece nei film insistono a mostrarci? Altro che giochi di trame ed effetti speciali: è quella la vera finzione.