«Nutshells»
In questo caso non parlo dei comuni gusci di noce, bensì dei diorami creati da Frances Glessner Lee (1878 - 1962), l’ereditiera di Chicago che fondò il dipartimento di medicina legale di Harvard, ma alla quale furono proibiti gli studî dalla famiglia e che non potè intraprendere la propria carriera se non dopo i 52 anni.
Appassionata di Sherlock Holmes, case di bambola e patologia forense, nel 1943 entrò nella polizia di Stato del New Hampshire e di lì a poco cominciò a realizzare i suoi Nutshells : diciotto (o diciassette, non è chiaro) diorami che riproducono fin nei più piccoli dettaglî altrettanti crimini efferati.
Queste scenette furono create per allenare l’occhio degli investigatori sulla scena del crimine. In esse, «le chiavi chiudono realmente le serrature, una matita scrive, un fischietto può essere suonato»; ogni scritta è perfettamente leggibile, sia essa su un calendario o su un quotidiano. Le vittime sono vestite di tutto punto, così come i possibili indizî (una macchia di rossetto su un cuscino, un proiettile nel muro) sono sparsi con acuta ragionevolezza qua e là.
Il miglior commento su di esse? Erle Stanley Gardner, l’avvocato e scrittore che ideò le serie di Perry Mason, grande amico della Lee, disse sui Nutshells : «A person studying these models can learn more about circumstantial evidence in an hour than he could learn in months of abstract study».
(© 2004 Corinne May Botz)
Qui, però, qualcosa non torna…
(© 2004 Corinne May Botz)
(© 2004 Corinne May Botz)
(© 2004 Corinne May Botz)
(© 2004 Corinne May Botz)
(via Visible Proofs)
Vi racconto una favola…
… anzi, otto:
(campagna Diesel “C’era una volta…”, ottobre 2007, presso laRinascente di piazza Duomo, Milano)
Postilla: potevano osare di più: per esempio, la mela che mangia Biancaneve, o Raperonzolo che strozza il principe con la sua treccia o il pisello che usa la principessa come materasso… E dire che fino a pochi giorni prima, nelle vetrine, campeggiavano deliziose scenette per il lancio di apertura del nuovo corner di Agent Provocateur: tutte un florilegio delle più eleganti nonché sfacciatamente dichiarate allusioni sessuali…
Disegno (part.), 2007
Matite ocra, rosso pompeiano, marroni varî, rialzi con gessetto bianco.
Dodicesimo appuntamento
È vero e se n’è già discusso: i videoclip, parecchie volte, sono solo audio-market(t)ing, e la cosa pare gravare come un’indelebile macchia ancor più su quella musica che in teoria rifugge l’arruffianamento commerciale di giovani anime dolenti, ossia il rock con tutti i proprî figlioli.
Ma ogni qualvolta mi capita di visionare un ottimo prodotto visuale che accompagna un altrettanto ottimo brano, non posso che approvare con entusiasmo il conseguente risultato che fonde armoniosamente note ed immagini.
Così, nel caso di “I’m not trading”, mi interessa sottolineare come ad un brano che è un autentico calcio nelle parti basse si possa unire un videoclip semplice, pulito, diretto ed elegante allo stesso tempo, in un gradevolissimo contrasto di ruvidezza e accuratezza.
Neanche a dirlo, i Sunna sono inglesi, il che, secondo il mio metro di giudizio, quasi sempre è un’ottima credenziale in fase di presentazione (musicale). Mi correggo, ahimé: erano inglesi, poiché in effetti la band è durata un paio d’anni, dal 2000 al 2002, giusto per il tempo di sfornare un magnifico album di industrial-dark-hard-nu metal-etc.
Il roccioso ed oscuro frontman Jon Harris, allevato ad AC/DC, Neil Young e Massive Attack, firma tutte le undici tracce del CD con l’inchiostro della rabbia e del proprio disagio esistenziale, maturati in anni di viaggî alla ricerca, suppongo, di sé stesso (chissà mai perché, ricerche come queste ti portano sempre come minimo in galera…).
Non mancano però, nell’album, delicatissime piume di un sentimento mai quieto, ma limpido e vivificante, che solo quando sussurrato raggiunge il suo apice di intensità ed atmosfera.
Di rabbia è intriso anche il videoclip del primo brano della tracklist. Sebbene non ci sia una trama (al limite, sottesa e suggerita), né un’ambientazione definita e/o personaggi di alcun genere, l’effetto è devastante grazie al raffinato gioco di inquadrature ed alle sottili variazioni di moto tra telecamera fissa e steadycam.
Scenario freddo e tagliente, la band suona in un’irreale sala prove senza tempo, con l’unica compagnia di quest’essere invasivo ed irrequieto che disturba i componenti durante l’esecuzione; è forse ad esso che Harris urla il suo disprezzo? O è solo uno sfogo temporaneo? L’oppressione è dentro di lui, scorre nelle vene, si annida fin nella più piccola cellula. E da lì si trasmette agli strumenti, al microfono, guizza attraverso i cavi verso le casse, cavi che, mi piace immaginare, simboleggiano il groviglio del tormento interiore.
Purtroppo la qualità del video youtubiano è assai scarsa e non rende piena giustizia alla potenza visiva del brano, proprio perché è un prodotto molto accurato nei dettagli, ma tant’è…
Volendo, un certo ibrido da soma tra asino e cavallo saprà sicuramente accompagnarvi verso un esemplare migliore.
Sunna - I’m Not Trading (2000)
I’m not trading now no I’m not
I’m not saying now what I got
‘Cos I can see something I would rather not
And I can read you clear
I can tell that
I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will
I’m not trading now no I’m not
My gut tell me how I am
‘Cos if I let you in it might just be wrong
So I can read you clear
And I can tell that
I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will
Faith is going nowhere near you
So take it home where safety’s endearing
And I will go away and knowing that
I’ve rubbed shoulders without trust in mind
I don’t like you
I don’t like you
I don’t like you
And I never will