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Qualche mese fa, la Deutsche Telekom ha depositato e registrato il magenta che colora la “T” del proprio logo.
In parole povere, si è appropriata di quel particolare tono di rosso e ne detiene l’esclusivo utilizzo.
La questione è spinosa sotto varî punti di vista, dato che la norma europea sulla registrazione dei marchî proibisce l’appropriazione per l’uso esclusivo di un qualsiasi colore, ma è altresì vero che suddetta norma è troppo vaga e soggetta a molte interpretazioni, considerato che ancora molte delle leggi riguardanti il web risalgono ad anni nei quali il web, appunto, non era così diffuso come lo è oggi.
Una volta si diceva che i colori sono infiniti, e la cosa può essere altrettanto valida anche per la classificazione delle tinte, in fondo sono solo codici alfanumerici, basta modificare qualche cifra ed ecco aggirato l’ostacolo.
Curiosamente, la reazione alla notizia c’è stata e molti hanno protestato, a ragione: non ci si può appropriare impunemente di un “qualcosa” che esiste di per sé da sempre.
È uno dei più affascinanti fenomeni fisici.
Senza ch’io mi addentri troppo nella filosofia, è facile capire come un colore non possa essere considerato un prodotto a tutti gli effetti, soprattutto un prodotto dell’ingegno umano.
Esistono decine di sistemi tintometrici, ma nessuno ha mai inventato nessun colore.
E di certo l’azienda tedesca non ha creato il magenta CTM 002534774.













