~ Al felice genio dell'avvenire dedico questi accenni di antesignano, questi conati di liberazione. ~



Leggere o guardare
Friday October 03rd 2008, 3:07 am
Filed under: • Troppo vago per essere categorizzato

Due nuovi libri vanno ad aggiungersi al centinaio abbondante di tomi che custodisco presso di me.
Sarebbero stati come minimo tre, dato che l’aver scovato a metà prezzo un libro ambìto da tempo presagiva l’ovvio acquisto dello stesso, ma all’ultimo momento ho deciso di rinunciarvi, poiché si tratta di un’opera corposa, ma essenzialmente fatta di sole immagini, con poche frasi a commento sparse qua e là, a volte ridotte ad una sola parola.

È stata una decisione basata su un principio che ho applicato varie volte in casi simili, nel passato, ma solamente oggi ho preso coscienza di tale ragionamento finora sotteso e non ho potuto fare a meno di chiedermi: un libro di sole figure (o quasi) vale meno di uno “normalmente” scritto?

Il libro in questione è, a tutti gli effetti, un’opera letteraria, ma completamente illustrata; l’esempio moderno più immediato che mi viene in mente è quello di alcuni fumetti d’autore, nei quali ogni vignetta si racconta da sola, spesso senza l’ausilio dei baloon, ed è come un piccolo quadro, finanche nella resa grafica attraverso tecniche (pseudo)pittoriche.

Da cosa nasce il mio scrupolo nell’acquistarlo?
Il quale, peraltro, si affaccia anche quando ho che fare con pubblicazioni di arte, di qualunque tipo, ma che includano un gran numero di immagini.
Certo, questi oggetti hanno in media un prezzo maggiore rispetto agli altri libri, e per me non c’è deterrente migliore per convincermi al non-acquisto, ma oggi non è stato questo il problema.

C’è differenza concettuale tra un libro di immagini ed uno di parole? “sono” la stessa cosa, posseggono gli stessi significati?
Posso pensare che il primo sia estremamente più decorativo del secondo: ha decisamente senso aprirlo in un qualsiasi punto e tenerlo esposto su di un leggìo, permettendo che un ospite possa essere attratto da ciò che vede e possa spingersi a sfogliarlo in libertà, esplorando il piacere della pura visione; non altrettanto avverrebbe con un qualsiasi altro libro, saggio o romanzo che sia: occorrerebbe la lettura di più pagine per iniziare la comprensione del suo contenuto, oltre che una maggiore attenzione, concentrazione, tempo, voglia, etc.

Dunque, nonostante le immagini - termine con il quale racchiudo insieme disegni, foto, schemi, quadri - sembrino trasmettere molte più informazioni rispetto alla singola parola, ed in una maniera del tutto più diretta e semplice (al contrario della lettura, la quale è un atto fisicamente impegnativo, intellettuale e fisiologico), appaiono meno necessarie, di grado inferiore, quasi inutili.
Come nel Medioevo, durante il quale le arti figurative (per l’appunto) eran mestieri da operaî, bassa manovalanza, un po’ come oggi per noi quello di imbianchino.
L’artista ed il barbiere erano allo stesso livello, ben lontano da quello del letterato.
E mi stupisco di seguire inconsciamente questa linea di pensiero, senza riuscire a capirne il motivo.

Non ho mai considerato il piacere nella vita come una manifestazione superflua, ed allo stesso tempo, per quanto riguarda la lettura, il mio piacere più grande consiste nell’imparare: tenendo conto che il guardare, il vedere, per me hanno un valore estremamente ricco, che unisce l’assimilazione dei contenuti alla stimolazione più viva e profonda del pensiero, va da sé che un libro con molte immagini rappresenti la mia ideale esperienza conoscitiva (in poltrona).
Eppure, oggi ho deciso di rimandarla, sebbene fosse abbordabile come raramente capit: ho pensato che può aspettare, che non è urgente.

Che è un lusso, insomma.




Ottobre
Wednesday October 01st 2008, 10:30 pm
Filed under: • Belle arti


Dal Ciclo dei Mesi, dipinto da Maestro Wenceslao di Boemia nei primissimi anni del ‘400, nella Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio, a Trento.
Come nel celebre Libro d’Ore, ogni mese dell’anno è illustrato nelle sue caratteristiche naturali e sociali più tipiche, accostando la vita dei nobili con quella dei ceti più bassi.