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Sabato pomeriggio faccio un giro in uno di quei “franchising dei rigattieri” - non mi va di fare pubblicità, sapete - e, come sempre accade in occasioni simili, guardo gli oggetti esposti e non posso fare a meno di pensare alle parole che ho utilizzato nel titolo del post e che identificano le qualità da noi usate per classificare le cose.
Il fatto è che, di fronte alla massa di queste cose spalmata con un certo disordine sui banchi espositivi, mi rendo conto che esistono tantissimi oggetti *brutti*; ora, sappiamo che non sono concetti facilmente fissabili in una definizione valida per tutti, ma io sono sempre stata convinta che invece ci sono limiti (in tutte le direzioni) riconoscibili da chiunque e, in qualche modo, universali.
Non v’è dubbio che molti degli oggetti esposti possano essere più o meno utili a qualcuno, come anche penso sia determinante per tale valutazione da parte del futuro fruitore l’aspetto con il quale questi oggetti si presentano.
Mi spiego: molti di essi sono in stato medio, moltissimi in stato mediocre, pochissimi sono apprezzabili - sia perché realmente belli, o di valore, o che comunque beneficiano ugualmente del tempo trascorso, avendo acquistato il fascino dell’ “oggetto sopravvissuto”.
La stragrande maggioranza di quei prodotti non ha più alcuna utilità effettiva: vuoi per l’indiscutibile obsolescenza tecnologica, o per superati cànoni estetici, o semplicemente perché, nel caso degli oggetti più comuni, se ne dispone largamente anche oggi, ma in una versione certamente moderna, dai materiali più attuali, dalle forme più attinenti al nostro gusto.
Però, la curiosità, unita anche allo stimolo della ricerca, nutrita a volte da una certa forma di bisogno reale, è capace di dar loro un nuovo appeal, aprendogli anche la possibilità di un ritrovato impiego nella vita odierna.
Ma nonostante tutte queste fini considerazioni, mi sono ritrovata ad immaginare quanti di quegli oggetti rimarranno lì esposti semplicemente perché brutti. Sono davvero tanti, praticamente tutti.
E la conclusione più triste cui sono giunta è che al mondo vengono prodotte troppe brutture, da “sempre”, nessuna delle quali giustificata dal periodo storico, dal panorama socio-economico, dalla funzione, etc.
Qui mi riallaccio ai limiti che ho nominato poco sopra: moltissimi oggetti non hanno ragion d’essere, in primis per il loro pessimo aspetto; non dico “design”, poiché questo comprende anche la funzione, ed è rappresentativo del prodotto nel suo intero - ma ovviamente una brutta forma compromette irrimediabilmente il design.
Ho quindi pensato alla miriade di migliaia e migliaia di oggetti, fabbricati in altrettante migliaia di esemplari, che sono ideati dal pressapochismo delle necessità economiche, e che riempiono il mondo di un inutile spreco di materiali ed energie.
In quel negozio ogni oggetto era un singolo esempio di tutto ciò, ognuno ha alle spalle questo panorama desolato. Che deve essere moltiplicato per ogni negozio simile, per ogni città in cui ve ne sono, per ogni regione e così via, e ancora non si avrebbe idea della quantità totale che affligge il mercato e che pesa ancora sul mondo.





